Recensioni

7.1

La Warp non perde colpi, anzi spinge sulle retrovie che ti rileggono la storia. Il sesto disco di Clark conferma la rilettura dell’archivio della label con lo sguardo all’oggi anche se qui siamo già al domani.
E Clark è uno che ne sa a pacchi. Pare seriamente intenzionato a disegnare una traiettoria che dai Geogaddi dei Boards Of Canada (le tastierine acide/aliene) ti porta ai migliori Two Lone Swordsmen. In pratica una lama che taglia l’elettro britannica come il burro mettendoti, al di qua, la psych e lo shoegaze e, al di là, la lirica cadaverica e il tastierismo caciarone a base di circuiti 8bit.

Di più, in mezzo, c’è tutta questa voglia di overture che ti viene fuori come urgenza misurata quando pensi che l’impasto è soltanto per giocare. Il ragazzo insomma i circuiti li fa sanguinare o li sublima con ugual destrezza e a mezza strada li investe pure delle cosine che vanno tanto di moda ora e che ritrovi nei bit poveri di Rainbow Voodoo e Future Daniel o nei breaks di Harmonic 313.
Poi, a proposito di pensare in grande, c’è del rave compresso in cameretta negli Orbital acidissimi di Totem Crackerjack e c’è del Kid 606 con quel giusto truzzo che ci vuole. Infine gli spadaccini: ascoltatevi il suo post punk in Growls Garden (è qui che si realizza il sogno Boards Of Canada + Two Lone Swordsmen), Tails e Suns Of Temper per saggiare una versione decisamente più adult del Tiga con il nero sotto gli occhi.

E’ l’album chiave per Clark. Perfetto completamento di una trilogia iniziata con Body Riddle nel 2006. C’è polpa nei suoi circuiti.

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