• apr
    21
    2017

Album

Brutture Moderne, Sidecar

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Polyphonie, o se volete “poliritmie”, una parola che implicitamente fa rima con “Africa”. Marco Zanotti, batterista tra i più attenti al patrimonio percussivo terzomondista e al suo utilizzo nel jazz, nella classica e dintorni, torna a tre anni da Regard Sur Le Passé – disco in collaborazione con Sekouba Bambino e Baba Sissoko – con un album pienamente calato nei colori di un Terzo Continente questa volta talmente vicino da poterlo toccare. La giungla in copertina non è solo un vezzo estetico, ma un’introduzione efficace a ciò che infine troveremo tra i solchi di questi dodici brani, a cominciare da una Lo spirito della foresta che suona un po’ come una dichiarazione di intenti: un tam-tam profondo e ancestrale che si confonde con i canti degli uccelli e i rumori degli alberi.

Ispirato dal libro Song Form The Forest di Louis Sarno, un etnomusicologo del New Jersey che dal 1988 ha vissuto dentro la foresta vergine della Repubblica Centrafricana presso la comunità dei Pigmei Ba-Benjellé, il disco scivola via su binari etnici multisfaccettati (Neve), da un lato pescando dalla musica da camera europea (gli archi di Classica, ad esempio), dall’altro accentuando ancora di più l’elemento terzomondista rispetto al disco precedente. Qui il beat ritmico non è solo coreografia o colore, ma l’elemento centrale a cui anche la melodia deve in qualche modo sottostare o adeguarsi, come dimostrano brani come Nyumba, La marcia su Algeri o Jouer Pour La Terre, in cui forte è anche la dimensione corale e contrappuntistica della musica.

Questa volta la voce “solista” viene affidata al camerunense Njamy Sitson, uno che dei canti polifonici africani ha fatto una materia di studio, per un disco che, freudianamente parlando, possiede il Super-Io della musica da camera, l’Es della musica africana e l’Io della fusion. Un viaggio in cui tutto è possibile, anche sentir dialogare fagotto, flauto, oboe e violoncello con balafon e calebasse.

18 aprile 2017
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