Film

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Questo è il ventottesimo film di Eastwood come regista. C’è voluto davvero molto tempo per prendere sul serio il laconico attore che liquidavamo con il seguente commento: “dotato di solo due espressioni, una col sigaro, l’altra senza”. Eppure quella virile coolness, testarda e sempiterna lo ha in fondo reso quello che è, regista sempre più amato, sensibile, maturo, grazie ai suoi, ormai, 70 anni. Con Changeling continua il percorso tematico sulla vulnerabilità dei bambini e la perdita dell’innocenza (Il mondo perfetto) ma anche sulla condizione femminile in un mondo patriarcale (Madison County e Million Dollar Baby) e sullo sfruttamento dei media da parte del potere (Flags) mostrandosi sempre più sensibile, con plauso della critica, ai problemi della società americana e alla memoria storica del suo paese.

Il film nasce da una storia vera emersa fortunosamente dai vecchi registri di cui al Los Angeles Times e all’ Herald si stavano sbarazzando; da questi Michael Straczynski (autore del serial tv Babylon 5) trasse questo script che, tramite Ron Howard, finì nelle mani di Eastwood.  Il titolo Changelingrimanda alle storie popolari in cui malefiche streghe sostituiscono i bambini nella culla con altri illegittimi e si allinea alla tendenza pessimistica e oscura dei film americani degli ultimi anni, raccontando, appunto, più che una favola thriller per ragazzi, una “horror story per adulti” come Eastwood stesso l’ha definita nel debutto a Cannes. Nonostante questa definizione – completamente azzeccata se si pensa all’incubo di una madre a cui viene strappato via il figlio e che si trova sola ad affrontare la situazione in un mare di pregiudizi e di maltrattamenti – il film risulta particolarmente difficile da classificare. Questo suo vagare tra molte tematiche e molti generi finisce per disorientare lo spettatore: è una condanna delle procedure corrotte e superficiali della polizia; è l’esposizione dei pregiudizi sulla supposta schizofrenia femminile; è una denuncia delle pratiche usate nei looney-bin (letteralmente i “contenitori dei matti”). Poi il film vira di nuovo verso il genere serial-killer per finire con ben due processi da court-room drama. In un’intervista apparsa su Sight & Sound a settembre Eastwood sostiene di non volersi mai sentire costretto dalle regole del genere e di essere mosso solo dal fatto di credere in una storia. È la storia, infatti, che ha dell’incredibile e che, pur essendo vera, appare a noi completamente inverosimile, costringendo sceneggiatore e regista a complicate evoluzioni.

Del resto è proprio il credere il centro di questo film. Per certi versi sembra una dichiarazione del principio cristiano della verità incarnata in un individuo, il quale vale come essere unico e ovviamente insostituibile, not changeable. Tutto ruota attorno alla ricerca della verità da parte di una singola donna contro le istituzioni che sembrano completamente ignorare o mistificare questa ricerca o la sacra singolarità dell’individuo. Per questo la focalizzazione rimane sempre sulla causa di Christine dal momento che è in lei la verità e il nostro punto di vista; il bambino sostituito è un impostore per il quale non si prova mai nessuna empatia (l’unica ingenuità che ce lo potrebbe rendere simpatico è il fatto di essere un fan di Tom Mix, eroe popolare di quel tempo, nemmeno troppo ricordato o amato), persino il reverendo Briegleb è per certi versi ambiguo. In questo sensoChangeling è un film classico in tutto e per tutto: la verità sta da una sola parte ben chiara e non viene mai messa in dubbio.

E ovviamente sta tutta sulle spalle della performance di Angelina Jolie, tenue e feroce donna-giunco che riesce a toccare le più piccole sfumature di un faticosissimo tour de force attoriale. Quel momento delicato (il vero colpo di scena in questo film) dell’accettazione da parte di Christine di quello che è palesemente un altro bambino è esemplare in questo senso. Lei passa dal terrore agghiacciante alle lacrime di gioia nella scena in cui viene contattata dalla polizia alla compagnia telefonica per poi, nella scena successiva, approdare al senso di sconforto e al disorientamento provocato dalla vista di un bambino diverso. Tutte sensazioni che giustificherebbero un totale tracollo e una completa mancanza di lucidità. La coolnessdiscreta ed equilibrata di Eastwood ha consentito davvero buonissimi risultati nella direzione degli attori.

Un’altra scena agghiacciante, invece, è quella della morte di Northcott, pornografica, in un certo senso, con questa sua indecente richiesta di salire più lentamente verso la forca. La presenza del serial killer, malato, pazzo, sadico mostra l’irriducibilità e l’imprevedibilità del male che fino a quel momento identificavamo esclusivamente nelle istituzioni malate. Questo, in un certo senso, destabilizza quel percorso che il film stava percorrendo sulla linea della denuncia della corruzione della polizia di Los Angeles sia come fatto storico (mostrato anche in Chinatowne in LA Confidential) sia come tema caro a Eastwood (Potere assoluto).

Ma allora cosa fa di questo film – la cui trama potrebbe benissimo essere alla base di uno dei drammi famigliari che la tv americana propone da anni – un film di tutto rispetto? Manco a dirlo… il  tocco dell’autore, la sua musica minimalista, semplice, usata a sprazzi e ad un volume molto basso, la fotografia di Tom Stern che, nonostante il tema dark, è riuscito a dare una vivida lucidità all’immagine della Los Angeles degli anni 20/30, generalmente immaginati in bianco e nero, i costumi bellissimi e le Red Car, le yellow cab e le labbra rosse di Angelina Jolie. Infine la poetica tipicamente americana del rapporto fra pubblico e privato e, non ultimo, il senso perenne della perdita e dell’ingiustizia che solo per un brevissimo momento possono essere dimenticate con la visione e la vittoria all’Oscar del nostro film preferito.

14 Dicembre 2008
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