Film

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Chi sono gli eroi? Uomini che decidono di sacrificarsi per la collettività costretta poi a sdebitarsi trasformandoli in simboli di lealtà, onestà, coraggio. Questo è il tema dell’ultimo film di Clint Eastwood sviluppato attorno alla presa dell’isola giapponese di Iwo Jima, che serviva le operazioni di guerra degli americani nel conflitto contro il Giappone durante la seconda guerra mondiale. Dopo i primi scontri un gruppo di soldati viene incaricato di salire in vetta al primo monte conquistato per piantare la bandiera americana. Insieme a questi soldati c’era Rosenthal, pronto a scattare la famosa istantanea dell’alzabandiera che gli procurò, in seguito, il premio Pulitzer. In quella foto nessun viso è riconoscibile. Questo aumenta il suo potere figurativo, ma permette anche contraffazioni: perfetto! In patria, infatti, le cose non andavano proprio bene: le sorti della guerra non erano decise, le casse dello Stato vuote, bisognava convincere gli americani a comprare più Buoni del Tesoro per dare slancio all’industria bellica. Si dà il via, così, al processo di costruzione dell’eroe. Si trovano tre superstiti dei sei mostrati dalla foto: una chiara, tipicamente americana, mercificazione.

È evidente il netto rifiuto di Eastwood per questo tipo di spettacolarizzazione becera e opportunista. Tutto il film rappresenta un processo di decostruzione, di demistificazione della lettura retorica che la cultura ufficiale ha fatto del mito (eroe e leggenda). L’antieroe che Eastwood contrappone a quello ufficiale abita nella contraddittorietà degli eventi ed è lì che vengono piazzati i personaggi che lui ama di più: non nel vuoto di una leggenda ufficiale ma a ridosso della tragica miseria della vita. Salvo, poi, ricostruire sotto altre spoglie quel mito che si vuole decostruire.

Contrariamente al cinema classico, dove l’eroe è irreprensibile quanto la sua vittoria sui cattivi e un certo tipo di “retorica” si adatta alla sua celebrazione, nel cinema di Eastwood l’antieroe deve farsi strada tra la falsa coscienza della società americana dove nessuno può più salvarsi. I suoi personaggi compiono gesti incomprensibili, subliminali, spesso deliberatamente svantaggiosi, apparentemente senza una razionalità. L’impianto poetico è lo stesso di Million Dollar Baby. Solo che là erano due personaggi solitari, alla ricerca di un riscatto, che dovevano fare i conti con se stessi, con la propria storia, con le situazioni tragiche, con la moralità. Qui invece, come in ogni film di guerra, l’impianto è corale. Quanto più è atroce la violenza dello scontro, tanto più è forte il richiamo morale. E quando c’è un racconto morale, affiora inevitabile il mito.

Come molti racconti nella tradizione americana la parabola dell’eroe è parte di un processo di costruzione e di esaltazione del mito nazionale. E Eastwood se ne rende conto nel finale del film, quando spegne i riflettori, smorza gli acuti e ci mostra alcuni ragazzi che fanno il bagno sulla spiaggia della battaglia, giocano nell’acqua e sono contenti di averla scampata. Non pensano minimamente all’eroismo perché la realtà, poi, si prende sempre una rivincita mostrandosi per ciò che è: qualcosa di molto più ordinario.

9 Dicembre 2006
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