Film

Add to Flipboard Magazine.

Opinioni a confronto sul film di Clint Eastwood sviluppato intorno alla presa dell’isola giapponese di Iwo Jima durante la Seconda Guerra Mondiale.

#1

Lo dirò subito a scanso d’equivoci: questoLetters from Iwo Jima è molto più bello, eroico, appassionato, vibrante e ricco di grazia sottile di Flags Of Our Fathers. Non è solo la suggestione sonora, pur forte, della lingua giapponese e la finezza della recitazione, quello che colpisce soprattutto sono le scelte tecniche della regia. Prima fra tutti la fotografia di Tom Stern (che firma anche Flags) che riprende la stessa procedura di desaturazione dell’immagine che aveva caratterizzato quel primo ‘episodio’. Ma in Letters si arriva quasi totalmente al bianco e nero, stemperato, tenue, senza stacchi netti, con sfumature di luce a tratti pittoriche. Molto fa il grigiore dell’isola vulcanica di Iwo Jima – dove è stato quasi interamente girato -, fatta di sabbia scura e di polvere nera a cui si aggiunge, nel film – ma molto di rado – il rosso fuoco dei primi bombardamenti durante le incursioni aeree. Il secondo fattore impressionante è il sonoro, costituito da tre elementi alternati: la lingua giapponese, il frastuono delle armi e la musica di Kyle Eastwood e Michael Stevens, asciutta, ridotta all’osso e prosciugata, in perfetta sintonia con il destino di sconfitta che aleggia durante tutta la fase di preparazione per l’imminente sbarco degli americani.

Come elemento sonoro culminante, questa volta per contrasto, entra in scena alla fine una struggente canzone di bambini, trasmessa via radio dalla capitale, che rende omaggio alle truppe gloriose di Iwo Jima, poco prima che passino all’attacco finale nel quale troveranno la morte. Insomma si tratta di una gloriosa sconfitta, malcelata in patria ma sotto gli occhi di tutti ad Iwo Jima e che diventa l’elemento centrale del film: combattere ancora, nonostante la sconfitta certa, la morte certa, nonostante ogni buon senso, nonostante ogni logica. Secondo la previsione americana questo esiguo numero di soldati, decimati ancor prima dalla dissenteria e dall’assenza di cibo che dalle armi nemiche, avrebbe dovuto resistere solo pochi giorni; invece costrinsero gli americani sull’isola per quasi un mese: il generale Kuribayashi (il bravo Ken Watanabe de L’ultimo samurai e Memorie di una Geisha) ricorda che se anche sarà uno solo il giorno guadagnato dall’impero prima che gli americani passino nel territorio, qualsiasi morte per quel solo giorno sarà ben voluta e cercata. Eroismo da veri samurai, anche se Eastwood sembra confrontarlo con un più semplice e prosaico pragmatismo alla maniera americana che lo rende, per contrasto, fine a se stesso.

Mentre, infatti, i soldati americani possono contare sul senso di coesione e di cameratismo democratico, quelli giapponesi devono sottomettersi ad una struttura gerarchica che dà ordini idioti e non cerca la coesione nelle truppe. Confrontato con il nobile romanticismo del barone Nishi (con il suo cavallo e la sciabola), la spavalderia un po’ troppo roboante e decisamente volgare degli americani fa veramente ridere. Due ultime cose: questo film era stato pensato per il solo mercato dell’home video e da distribuire solo in Giappone ma visto il flop di Flags e lo scarso entusiasmo della critica americana che gli preferì Letters (conferendo il Golden Globe), il film ottiene la distribuzione internazionale. Meglio! Seconda cosa: Eastwood ha tratto ispirazione dal libro Picture Letters from Commander in Chiefche raccoglie le lettere del generale Kuribayashi alla moglie durante la sua permanenza negli USA durante gli anni 20 e 30. Imperdibile se uscisse anche da noi! (c.s.)

#2

 

Con questo ultimo film Clint Eastwood rovescia la medaglia. In gergo cinematografico si direbbe che il regista abbia girato un controcampo. Se Flag Of Our Fathers raccontava la battaglia di Iwo Jima dal punto di vista dei soldati americani, Lettere da Iwo Jimafa l’esatto contrario: toglie la luce sui vincitori, e dà la parola ai vinti, ai soldati giapponesi che sacrificarono la loro vita per la patria, l’imperatore e uno spuntone di roccia in mezzo all’oceano. Entrambi i film – se consideriamo i chilometri di inutile pellicola girata negli studi di Hollywood – possono tranquillamente essere definiti coraggiosi, profondamente etici, e per questo rari. Eastwood deve aver studiato la cosa nel dettaglio. Una medesima storia, scissa in due capitoli, gli ha permesso di riflettere su questioni diverse, ma indubbiamente intrecciate. Flag of Our Fathersera un film sul potere dell’immagine, sulla manipolazione dell’immagine e dell’informazione, sul marketing della guerra. E un film del genere ha bisogno di molta luce: la luce che evidenzia le immagini, la luce del giorno che espone i soldati americani alle armi nemiche, la luce della verità storica che mette ordine agli eventi.

Invece Lettere da Iwo Jima, con esiti meno scontati e più intensi, è una ricognizione sull’umanità nei suoi momenti più bui: la luce lascia il posto all’oscurità. E quello che Eastwood inquadra sono i cunicoli e le grotte di Iwo Jima, i momenti neri e sanguinosi del suicidio con onore dei giapponesi, i massacri notturni, la cieca rassegnazione, il rapporto feroce e spietato tra due eserciti, due popoli, due culture che si fronteggiano senza conoscersi, gli uni oscuri agli altri – da qui la scelta di farci sentire i soldati giapponesi parlare nella propria lingua, non doppiata, ma sottotitolata, in modo da aumentare quel senso di lontananza e misteriosa oscurità tra spettatore occidentale (è il nostro caso) e attori/personaggi giapponesi. Specularmente, se il primo era un film sulla forza delle immagini, il secondo punta sul potere della parola. Già il titolo, e l’apertura del film, rendono le lettere dei soldati il soggetto privilegiato della riflessione. Non sarebbe stato possibile stendere la sceneggiatura e predisporre le regia, senza il ritrovamento e la consultazione di migliaia di lettere scritte dai soldati giapponesi e rinvenute in uno dei cunicoli di Iwo Jima. Le immagini sarebbero risultate meno credibili, meno plausibili, se non si fossero indissolubilmente legate alle parole della testimonianza.

In questo rintracciamo l’agire eticodi Eastwood: la verità si fonda sulla moltiplicazione dei punti di vista (quello americano, quello giapponese), e sulla sfida e la cooperazione tra linguaggi diversi (il cinema, la scrittura). Una grande lezione da ricordare e su cui meditare a lungo. Nonostante tutto lo spettacolo – perchè questo è il cinema – perfino agli storici di professione potrebbe tornare utile una riflessione del genere. (g.z.)

18 Marzo 2007
Leggi tutto
Precedente
Oren Lavie – The Opposite Side Of The Sea Oren Lavie – The Opposite Side Of The Sea
Successivo
Gudrun Gut – I Put A Record On Gudrun Gut – I Put A Record On

Altre notizie suggerite