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6.5

Dylan Baldi da Cleveland è destinato al successo. Nuovo re(ietto) del low fi, Baldi – giovane tuttofare dietro la sigla Cloud Nothings – rappresenta il lato minaccioso (?) della nuova scena americana, l’ago più smaccatamente post, le desinenze emo o hardcore non hanno importanza. Il risultato di tutte queste platoniche attese? Acerbo, quasi irritante nel suo essere così smaccatamente derivativo. Un vero peccato, perché il nuovo, Attack On Memory (prodotto da, rullo di tamburi, Steve Albini), regala un uno-due iniziale da urlo, da camparci per una lustro intero, devastante nella sua personale rilettura di stilemi stilistici così abusati nell’ultimo decennio. No Future/No Past è una lenta litania, infossata inizialmente tra gli Slint più psicotici, che poi sfocia in un’apertura melodica che nemmeno i riformati At The Drive In. La successiva Wasted Days riluccica severa tra saliscendi indiavolati e urli liberatori, poco prima della gran parata finale, epilettica e devastata dal fumo invernale dei grandi laghi. E ora le note dolenti. Il power pop di Fall In fa quasi tenerezza nella sua spensieratezza chitarrosa, bissata dall’ovvietà di Our Plans, il cui testo, così sommerso da patetismo adolescenziale, riduce l’attenzione ai minimi storici. Baldi si diverte poi nell’inseguire, rischiando spudoratamente il plagio, i Pissed Jeans (la supposta sonica di No Sentiment), o nell’accattivarsi flotte di ragazzine alle prese con i primi rigurgiti rumorosi (la svuotata Stay Useless, dei Dinosaur Jr. senz’anima, né urgenza); qualche rigurgito di talento nell’apprezzabile tentativo indemoniato di Separation, un rincorrersi strumentale in bilico tra The Feelies e il post hardcore meno invasivo. Chiude il rock alla GarageBand di Cut You, l’ideale per un finale scialbo e ridondante nella sua sfiancante e sola orecchiabilità.

Nel complesso, il Nostro seppur rimanendo ancorato ad una frenesia patinata, da generazione pitchorkiana, sforna un disco innocuo nel suo infruttuoso tentativo di presentare uno spaccato musicale il più ampio e diversificato possibile, sfiorando tutti i generi, aggrappandosi a nessuno. Lontani anni luce dagli isterismi umorali dei No Age, o anche solo dalla finta urgenza puberale dei Wavves, i Cloud Nothings si rivelano come svuotati da qualsiasi pretesa artistica alta, ideali per essere osannati dalle copertine di mezzo mondo, avide di fasulle reminiscenze anni novanta. Perché, come diceva il buon Jonatham Lethem, “non c’è profondità senza apparenza”, ma perdiana, dietro la coltre hype di turno, dev’esserci la seppur minima presenza di anima, di stomaco, di viscere, non il solo controllo. La sufficienza è abbondante solo per i due piccoli capolavori di cui sopra, preziose sintesi di un lasciarsi andare che tutti gli auspichiamo per il futuro, o meglio, per il non futuro.

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