Recensioni

Riprendono esattamente da dove ci avevano lasciato quattro anni fa con lo splendido esordio omonimo, i “due + una moltitudine” C’Mon Tigre. Ovvero con un “giro del giorno in ottanta mondi” se possibile ancor più ampio rispetto a quello già molto ampio di C’Mon Tigre; un tour concentrico ed eccentrico al tempo stesso, per quanto è pieno e insieme privo di appigli, riferimenti, punti geografici identificabili, e per quanto travisa e/o mostra esplicitamente un mondo di riferimenti che è atemporale e anti-gerarchico. La musica dei due innominabili e dei numerosissimi ospiti che costituiscono quello che sembra più un ensemble che un duo con dei semplici featuring, interseca in dosi varie ed eventuali funk e afrobeat, jazz e folk, hip hop e soul, come se più che un mero disco fosse una sorta di via della seta a 360 gradi, un mega-nastro trasportatore che prende e spande effluvi e spezie, odori e umori da tutto il mondo e verso tutto il mondo.
Racines, dopotutto, rimanda sin dal titolo alle radici – sonore ma non solo – della formazione, radici ben salde nel retroterra formativo dei C’Mon Tigre, quel Mediterraneo che rappresenta il punto di partenza per queste divagazioni in forma di periplo del pentagramma, ma pur sempre forti e pronte a sostenere canzoni che sono organismi viventi a sé stanti. Roba che prende la tradizione (ehm) “world” e il background dei due e li piega, deforma, allarga, includendo sensazioni e suggestioni anche lontane nella memoria per poi attualizzarle e renderle vive e coese; che fa gemmare da una idea iniziale istintuale, veri e propri frattali sonori più che coerenti nel loro caleidoscopico triturare jazz in ogni sua declinazione e ritmiche varie ed eventuali (sincopate, spezzate, groovey, irregolari), certo indie-jazz-hip hop bianco dei ’90 (Soul Coughing anyone?) e un fascinoso retaggio downtempo-con-classe (808, dedicata alla memoria di Enrico Fontanelli), fiati, tantissimi fiati d’ogni genere e sorta, e l’energia pulsante del funk, del dancefloor, di una ipotetica balera post-globale.
Insomma, Racines è un disco denso, cosmopolita, avventuroso, visivo e visionario, in grado di far muovere le chiappe così come di viaggiare nello spazio-tempo, di allargare orizzonti e proporre esplorazioni e misture. Ma è anche un disco di immagini, frame, inquadrature, ovvero di un immaginario narrativo e cinematografico che trova la sua definizione più finita e perfetta nel libro fotografico che accompagna l’ascolto del disco con vari “universi visivi” di un esercito di fotografi, pittori, street artist, video maker capace di rendere il vagabondaggio psichico delle musiche dei C’Mon Tigre una vera e propria “peregrinazione multimediale”.
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