Recensioni

6.9

Quando, nel 2004, le Cocorosie pubblicarono il loro esordio La Maison de Mon Reve, riuscirono nel complicato intento di mischiare il minimalismo delle composizioni alla ricercatezza dei testi. A questo, aggiunsero un tocco delicatamente femminile ed un innato pizzico di magia infantile, fatta di strumenti giocattolo, voci cristalline e sospensione onirica. Ogni brano dipingeva piccoli mondi narrativi, in cui la semplicità della scrittura era assolutamente strumentale ad un quadro d’insieme ben equilibrato. I successivi capitoli della loro carriera discografica si sono sempre più allontanati da quell’idea di cantautorato minimale, avvolgendo i brani in sezioni ritmiche ben più “rumorose” e spostando l’asse verso metriche hip-hop e virate psichedeliche. Il risultato è stato a tratti deludente, talvolta ridondante, perché quell’identità perfettamente definita del debutto andava persa in brani quasi mai memorabili. Il 2015 segna dunque un ritorno – sebbene parziale – ad un’impostazione più basata sulla struttura dei brani, piuttosto che sulla loro produzione, mettendo in luce costruzioni maggiormente coerenti.

Heartache City possiede infatti un segno particolare, ovvero la cura incondizionata per i singoli suoni, ciascuno protagonista del suo spazio musicale in maniera definita. Ne consegue un bilanciamento ed una stabilità per cui brani come Big And Black, nella loro placidità, diventano immediatamente piccoli classici, dove chitarra e tromba si dividono la scena con ammaliante sobrietà. Anche il beat, poco invasivo e profondo, torna in momenti come Forget Me Not e No One Knows She Goes There, sciogliendo la tensione e invitando un movimento blando, anche perché sostenuto da voci di ninfe e dal canto di un mezzo soprano come Sierra Casady. Ritmi latini fanno breccia in Un Beso, la traccia dal refrain più immediato, sostituiti poi dalla favolosa Lost Girls, che parte come una preghiera e diventa un grande intreccio di pianoforte, batteria e chitarra.

Composto nel sud della Francia, questo sesto disco è senza dubbio un seguito di La Maison de Mon Reve, un carillon arricchito di sorprese, costruito con impianti cibernetici e dotato di senso del ritmo. Al contrario del debutto, però, l’album presenta meno “canzoni” (nel senso classico di strofa/bridge/ritornello) e più interpretazioni libere, che mostrano un approccio impressionista ma meno convincente. Resta intatta la sensualità infusa in ogni singola nota prodotta dalle sorelle Casady, voci sinuose che si intrecciano a ritmiche secche o a corde di chitarra; figure tanto contemporanee eppure fuori dal tempo, perennemente rimbalzate tra folk delle radici americane e rap della periferia parigina, clubbing nordeuropeo e gallerie d’arte del Village newyorkese.

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