Recensioni

5.7

Nove anni orsono ci sembrarono una azzeccatissima via di mezzo tra la persistenza effimera del prewar e l’avanguardia frugale della folktronica, con abbondante corredo di capricci lo -fi, orpelli operistici, estro hip-hop e tutto un immaginario di grazia stropicciata e apolide, sofisticata e stracciona, fragile e struggente. Seminare sperimentazione e raccogliere mainstream è in ambito pop una prassi tanto consueta quanto difficile da gestire bene. Così, un po’ banalmente se volete, le sorelle Bianca e Sierra si adeguano a questa blanda parabola, traslocano l’hype alternativo residuo negli attigui salotti radical chic, con licenza casomai di fare una puntatina al ristorantino col buffet cinquestelle. No, non hanno smarrito il talento, solo che oggi, album numero cinque, lo domano, lo piegano, lo impiegano con evidente acume ed obiettivi precisi. Ovvero, in questo Tales Of A Grass Widow tra una tirata ideologica e l’altra (neo-femminismo ed ecologia) costruiscono almeno quattro potenziali ordigni da spot o sigletta televisiva (Tears For Animals, Villain, After The Afterlife e Gravediggers su tutti).

Un bel passo in avanti rispetto a quando proprio dal talento si fecero soverchiare (vedi le abbastanza inconcludenti deviazioni di The Adventures Of Ghosthorse And Stillborn). A ben vedere, già il precedente Grey Oceans lasciava intravedere quanto le Nostre bramassero normalizzarsi, ormai divenute più affini all’universo etico ed estetico di un Kenzo o di una Miuccia Prada che non alle peripezie senza rete d’un Devendra Banhart o di una Joanna Newsom. In questo senso, la presenza del sodale Antony Hegarty – sempre più un lirismo Ikea il suo quando si presta a queste comparsate – sembra il bollo di ceralacca sul tenore bohémienne di lusso. Che inevitabilmente va a nutrirsi del materiale di scarto delle avanguardie passate, vedi in genere tutto il riciclaggio di elementi glitch, trip-hop e folktronica, così come la Björk-wannabe di Far Away e Child Bride (non a caso il disco è co-prodotto dal navigato Valgeir Sigurðsson ).

Il problema non sta nell’eccessiva leggerezza, nella cifra orecchiabile, ma nel fatto che per ottenerla si scelga la strada della facilità o peggio della faciloneria, come nel caso dell’operetta reggae End Of Time o delle giapponeserie giocattolo in Roots Of My Hair. Peggio ancora: quello che un tempo era incantesimo fragile, oggi è ingegneria. E quella fragilità, quel fuoco fatuo di memorie e sensibilità sparigliate, era ahiloro un ingrediente fondamentale della proposta. In altre parole, forse le Cocorosie non sono mai apparse tanto sicure di sé, consapevoli d’essere in possesso di una calligrafia inconfondibile, soprattutto in virtù di quello straniante gioco a due voci. Ma tanto più si sforzano d’essere intriganti, riuscendoci, tanto meno risultano interessanti.

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