Recensioni

«CODE ORANGE is a message over a hospital’s public address system warning the staff of (1) A bomb threat (2) A radioactive spill (3) A potentially violent person with mental issues in the hos pital; show of force needed (4) External disaster with mass casualties»: dal Segen’s Medical Dictionary.
Si dice che il metal stia morendo. Evviva il metal. Un intero macrocosmo che ha smesso inevitabilmente di produrre nuova linfa, diciamo da una quindicina d’anni a questa parte (eccezion fatta per qualche sporadico, clamoroso colpo di coda), attenendosi alla propria natura conservatrice e citazionista, spremendo il sangue e la verve di leviatani della vecchia scuola fino alla morte, e ponendoli sempre lì, davanti a tutti, a portare la croce (rigorosamente rovesciata) e a cantare, a campeggiare nei sempre più fitti cartelloni dei maggiori festival di genere. E mentre loro, inesorabilmente, invecchiano e degradano, c’è una nuova generazione che li segue, che si accoda, e che aspetta il momento giusto, il giorno in cui avrà abbastanza lustri dietro le spalle per poter dimostrare di essere sufficientemente abile nel portare avanti la carretta e rinnovare il credo di milioni di headbanger; ma sia chiaro, sono tutte creature del ventunesimo secolo che non hanno fatto altro che ricalcare i gloriosi passi dei propri avi, per quanto in maniera ineccepibile e, a volte, rinnovando lo stile con classe ed abilità, pur provando a mescolare gli addendi per ottenere un risultato differente; ma raramente si sono trovate band nel nuovo millennio che potessero davvero cambiare le carte in tavola e produrre la stessa ventata fresca portata, ad esempio, dai Pantera più di vent’anni or sono (in quel caso, più che di ventata bisognerebbe parlare di una tromba d’aria, ma questa è un’altra storia).
Ci sono comunque poche realtà che hanno provato a dare una svolta alla stagnante condizione del metallo pesante; una di queste è senza dubbio Deathwish Inc, una label nata per volere di due tra le personalità che più hanno contribuito a rinnovare il panorama musicale, ovvero il vocalist e grafico Jacob Bannon e il produttore e musicista Kurt Ballou, figure stabili all’interno del nucleo di una delle più importanti band metal del decennio, i Converge, una sorta di demone a tre teste che ha da sempre pestato le polveri del punk e dell’hardcore dentro la coppa metallica ed inscalfibile del thrash, del doom e di tante altre declinazioni sul tema. E così come la band da cui è stata germinata, Deathwish Inc. (che si presenta più come una associazione, o un’oscura setta, che un’etichetta) ha da sempre cercato di far progredire il genere in verticale, piuttosto che spostarlo per vie traverse, e molto spesso l’ha fatto rischiando, puntando su autentici cavalli di razza ancora prima che si rivelassero nella loro piena forma. Una di queste scommesse (e forse la più riuscita) risponde al nome di Code Orange, giovane quartetto di Pittsburgh che cinque anni fa riuscì a convincere mr. Bannon delle proprie capacità con solo qualche singolo e split all’attivo, una serie di live incendiari e un’età media che superava di poco la maturità – diciotto anni, circa. Ma se la stoffa è quella, perché non provarci? Da allora, Bannon e Ballou (che li ha sempre accompagnati in sede di produzione) hanno raccolto i frutti di una band che già dall’esordio piuttosto acerbo ma convincente di Love is Love // Return to Dust (2012), firmato Code Orange Kids, ha sempre dimostrato, nonostante la giovane età, di poter mescolare con sapienza e disinvoltura gli elementi più tipici del metallic-hc (forgiato appunto dai Converge) con i battiti oscuri dell’industrial e un vago sentore alternative che pare provenire da pulsioni adolescenziali, piuttosto che dallo scafato e duro midollo di leviatani dell’heavy metal.
E così, due dischi dopo (nel mezzo c’è l’ottimo I Am King), i kids paiono essere cresciuti e li vediamo approdare con questo nuovo Forever sull’unica e autentica major che il genere possa vantare, Roadrunner Records, ma pur sempre assistiti dal guru-Ballou, che siede anche questa volta dietro il banco e che mette le mani su un sound ancor più levigato e zeppo di crossoverismi di sorta: il nerboruto e minaccioso Eric Balderose aggiunge una somma al sound che consiste in pesanti iniezioni di power electronics e altre diavolerie digitali, un elemento che spicca con prepotenza in questo terzo album, e che mescolato al drumming possente (accelerato e rallentato all’uopo) del cantante e batterista Jami Morgan, conferisce al tutto un’atmosfera se vogliamo ancor più pesante e facilmente paragonabile al sound dei Fear Factory, mentre il riffing dell’altra voce (e chitarra) Reba Meyers – talvolta cadenzato, spezzato e groovy, altre volte frenetico e celere – setta i punti di riferimento tutt’altro che trascurabili (i Pantera di Far Beyond Driven, i Machine Head di The More things Change…, oppure, appunto, i Converge).
La forza del quartetto sembra infatti risiedere nella continua imprevedibilità trapelata da ogni singolo secondo della mezz’ora scarsa in cui l’album si esaurisce, ma anche nel fatto che il nucleo stesso non pare avere un vero e proprio leader, una direzione o un’identità precisa: si passa dalle vibrazioni catchy e i ritornelli potenti e “puliti” di Bleeding in the Blur e Ugly, che più che ad una roboante band post hardcore fanno pensare ad inni grunge da classifica di metà anni Novanta, per passare attraverso brani come la martellante e marziale The Mud o la reznoriana The Hurt Goes On, che emana fumi post-industriali e rievoca i Nine Inch Nails, nondimeno. Questo moto cangiante trattiene l’ascoltatore per la gola, ma il pregio è della produzione: Ballou e Balderose inseriscono campioni vocali, oscure voci pitchate al ribasso e messaggi rovesciati non tanto tra le righe, ma proprio nel bel mezzo dei brani, interrompendoli, stoppandoli e poi facendoli ripartire con ancor più veemenza e violenza. Questa frenesia, per quanto assolutamente positiva (segno che i Code Orange ne hanno di idee valide) può rischiare di spiazzare o disorientare l’ascoltatore, facendolo a tratti sentire in una sorta di terra di nessuno, in balia dei continui moti sonori che si susseguono senza soluzione di continuità all’interno delle tracce stesse – cambi di riff improvvisi, se non addirittura di bpm, alzati e abbassati a piacimento, come già detto. Tuttavia, brani come la title track, o la successiva Kill the Creator ribadiscono il retaggio dei Nostri e non si dimenticano degli antenati, di quella sottile e violenta linea rossa che lega i Black Flag ai Killswitch Engage, contribuendo a mantenere quella spina dorsale devota all’hardcore che i Nostri difficilmente baratteranno per altre, nonostante il fatto che con questo Forever i Code Orange vogliano farci intendere di essersi votati ed aperti a più soluzioni sonore – fattore assolutamente positivo, alla luce del discorso fatto all’inizio di questa recensione, e controprova di come i Nostri rappresentino il genere di appartenenza con molta più verve e spirito d’inventiva di colleghi illustri come i Nails o i Full of Hell, giusto per citarne un paio che stanno ugualmente ottenendo consensi in tale ambito.
Evidentemente, pare che il metal si stia accorgendo dei Code Orange e abbia un tremendo bisogno di gruppi come loro, non solo per un discorso anagrafico, ma soprattutto per la freschezza della proposta e la disarmante spontaneità con cui gli ex-kids portano a termine il loro sporco e pesante lavoro di demolizione.
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