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7.3

Ebbene sì, sono passati dieci anni dal clamoroso The Headphone Masterpiece che col suo zibaldone di hip-hop, psych, folk, soul, funky e persino krautrock fece balzare sulla sedia anche le chiappe di quelli che come il sottoscritto non masticano black music dalla colazione fino alla cena, pur amandola come è giusto e possibile. In fase di recensione non lesinai superlativi arrivando a sostenere che – scusate l'autocitazione – "sarà difficile accontentarsi di un'opera seconda meno generosa ed estrosa e disinvolta, più regolare insomma". Ebbene, è accaduto proprio questo: il sophomore di Cody ChesnuTT è un disco ben meno estroso e debordante, la misera normalità di dodici pezzi (contro i 36 dell'esordio) sonicamente ben più ottemperanti il canone soul, tanto da sfoderare in alcuni passaggi una neppure troppo dissimulata devozione.

Il bello è che tutto ciò accade ben dieci anni dopo quel debutto già tardo, decade durante la quale periodicamente – vi giuro – non mancavo di chiedermi che fine avesse fatto questo geniaccio sciagurato, al di là di un album sul punto di uscire nel 2006 (The Live Release) e poi evaporato nella nuvola grigiastra dei "lost". Una vera e propria decantazione che consente all'ormai ultraquarantenne from Atlanta di presentarsi senza l'assillo delle aspettative nel frattempo dissolte, in grado quindi di incidere su una sorta di tabula rasa tutto quel ben di dio che l'estro gli consente. Il risultato è questo Landing On A Hundred che lo vede ringalluzzito, spavaldo, ispirato soul man per gli anni Dieci, autore di una proposta retrò che pure si porta dentro tanta convinzione da annullare la trappola della convenzione.

Un lavoro che non ambisce ad essere seminale a prescindere, eppure ugualmente suona attuale, legittimo cittadino del presente in un presente che non smette di masticare le scorte proteiniche del passato. In scaletta c'è molto Marvin Gaye (nel doo wop mielato vaudeville di Love Is More Than A Wedding Day e nel soul solarizzato di 'Till I Met Thee), ci sono vampe boogie chicagoane (Under The Spell of the Handout) e cremosità quasi Bacharach (What Kind of Cool), piglio urbano foderato funky come un rigurgito Sly Stone (I've Been Life) e struggimenti a basso voltaggio (Chip's Down). Il buon Cody ci tiene a precisare come le incisioni siano avvenute in parte a Memphis nello stesso studio e con lo stesso microfono di Al Green, la cui aura puoi indovinare magari nell'amarognola Everybody's Brother, ma al di là di questo feticismo vintage piace soprattutto come quel tumulto caleidoscopio che ricordavamo sembri agitarsi sotto la superficie, ad esempio in That's Still Mama o nell'afro-psych tropicalizzata di Don't Go The Other Way.

Di contro, la viscosità jazzy di Don't Follow Me indugia troppo dalle parti del cinematico trip-hoppiano, fallendo il bersaglio un po' come l'up tempo ruvidello sul punto di farsi ska di Where Is All The Money Going?. Difetti trascurabili in un disco godurioso, che c'impone di ritentare la carta delle aspettative. Vale a dire, se Mr. ChesnuTT eviterà di confrontarsi con calibri di bassa levatura artistica (i Ben Harper o i Lenny Kravitz) e insisterà a far sbocciare i frutti della sua splendida ossessione con questa stessa lucida e brillante baldanza, saremo sempre qui pronti a bearci ascoltandolo. Magari senza riservarci tempi d'attesa geologici, grazie.

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