Recensioni

Come nei film, quando tutto sembra destinato al dramma e invece arriva il colpo di scena. I Coldplay del post Viva La Vida hanno pubblicato due album colorati fino all’esasperazione e un intimo contraltare in cui minimalismo e il lato oscuro del loro sound emergevano quasi a testimoniare che bisognava avere fiducia. Quest’ultima sembra ripagata in Everyday Life, un doppio album che, in realtà, ha la stessa durata di A Rush Of Blood To The Head e X & Y, ma presenta più brani e sei frammenti di un’unica registrazione di campane.
Sarà anche per questa frammentazione temporale e, soprattutto, sonora che l’ottavo album in studio della band sembra un White Album frullato in salsa world music, in cui non mancano brani come Orphans, retaggi del recente passato fatto di ritornelli telefonati e di un songwriting non certamente ispirato. Se parliamo di ispirazione, non possiamo partire dalla prima parte del disco. Si tratta di una sequenza di suggestioni distanti tra loro che abbracciano l’intro strumentale d’archi (a cura del fido Davide Rossi) di Sunrise, l’atmosfera sospesa di Church che ci riporta ai b side dell’era Arobtth / X&Y, Trouble In Town che prende Englishman In New York e la trasforma nel finale in un drammatico jazzato, e un gospel/blues, con tanto di cori, che risponde al nome di BrokEn.
Anche i momenti strappalacrime qui sembrano essere più profondi degli ultimi episodi discografici: Daddy comincia con il Martin delicato e indifeso degli inizi, mentre When I Need A Friend è un canto religioso in cui compare nuovamente un coro ecclesiastico, stavolta legato alla tradizione europea. Trascurabile quella che sembra a tutti gli effetti un’estemporanea demo e field recording (Wotw/Potp), così come fondamentale Arabesque: un afro beat impreziosito dalla presenza di Stromae, Olufela Kuti e dal sample di Fela Kuti.
I sei interludi di campane anticipano il blues schizofrenico di Guns ed Eko, canzone vicina speculare a Orphans. Cry Cry Cry, che ricicla una demo dell’epoca Viva La Vida, è un pop beatlesiano vintage che sfocia in Old Friends, pezzo voce e chitarra intimo non molto incisivo. Bani Adam ci riporta agli intermezzi dell’Ep Prospekt’s March (precisamente Postcards Prom Far Away), Champion Of The World può finire rapidamente nel dimenticatoio e tocca alla title track l’onere di chiudere le danze, rincorrendo Church in maniera più sommessa e spegnendosi in un rasserenante “Alleluia”.
Everyday Life è certamente l’episodio più convincente dei Coldplay da dieci anni a questa parte, lo è per l’imprevedibilità di alcuni passaggi e per una fragilità che, finalmente, prende il posto di un caleidoscopio talmente iper-positivista da risultare sconnesso alla realtà. Il reale, con temi sociopolitici inclusi, è un altro punto a favore del disco. Sicuramente l’album sarebbe potuto durare di meno, ma i campionamenti, le scelte stilistiche e i testi (perché quando Chris Martin, che non è mai stato un paroliere incisivo, ha smesso di scrivere delle sue paure per convertirsi all’iper-glicemico mondo è diventato stucchevole e infantile) segnano un passo in avanti, dopo i tanti indietro di Mylo Xyloto e A Head Full of Dreams.
Non è questione di “suonare mainstream” o del “demo era meglio”; Everyday Life gorgoglia di un’ispirazione che in zona Coldplay da tempo non si sentiva. Chissà che i quattro non decidano di andare a fondo e percorrere questa strada con convinzione, lasciandosi alle spalle i festoni e i fuochi d’artificio.
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