Recensioni

6.5

Secondo un abusato luogo comune, vetusto ma spesso veritiero, il “fatidico terzo album” è quello che di solito in una carriera fa il punto della situazione. Nel caso dei Coldplay, il tanto atteso X&Ysuona tanto come una risposta definitiva a quanti si chiedessero se questa band inglese, dopo aver infranto ogni record di vendita e di
apprezzamento di pubblico con i primi due lavori, fosse realmente destinata alla gloria mondiale; per intenderci, quella stessa gloria che ha premiato gente come U2 e, seppur in ambito più ristretto, R.e.m. e Radiohead. La prima posizione in classifica, raggiunta su entrambe le sponde dell’Atlantico appena una settimana dopo l’uscita, sembra ormai dissipare ogni dubbio.

Era evidente sin da Parachutes (2000) che Chris Martin e compagni puntassero alla premier league, non accontentandosi di essere una delle tante band post-brit pop; l’innata freschezza e la naturale comunicatività di brani come Yellow e Shivergià la diceva lunga sulle potenzialità e gli obiettivi dei quattro ragazzi. Di rimando, c’era un sottinteso desiderio – non sempre realizzato – di superarsi, di osare, di cercare qualcos’altro: una spinta che (anche grazie ai consigli di una vecchia volpe come Ian McCulloch degli Echo & The Bunnymen) ha portato agli episodi migliori di A Rush Of Blood To The Head (2002).

X&Y pare sintetizzare entrambe le tendenze: se il punto forte dell’album sono pezzi di presa immediata e di indubbia efficacia (il singolo-pigliatutto Speed Of Sound, che vive dei rimasugli di Clocks, o la ballatona Fix You, con un crescendo da manuale), è comunque evidente lo sforzo di riplasmare il proprio suono nel tentativo di proporre qualcosa di diverso. E’ quello che si nota subito a partire da Square One: tappeto di synth Eno (che, toh!, suona in qualche traccia), ritmo sostenuto, groove di basso, chitarre taglienti à la The Edge e un finale che sembra preso di peso da Ok Computer. In parole povere, per raggiungere il massimo risultato i Coldplay si sono assimilati formalmente ai loro modelli dichiarati, U2 e Radiohead.

Quanto ci sia di premeditato (i maligni direbbero: studiato a tavolino) e quanto invece sia frutto di reale ispirazione e naturale evoluzione va comunque soppesato con l’ascolto. Certo, la scrittura è altalenante (il melodramma adolescenziale di What If e le mielosità assortite di Swallowed in The Seasanno un po’ di autogol), e se c’è un difetto costante della produzione dei Nostri è proprio il soffrire la lunga distanza: tolte la title track (in odor dei Beatles solenni di Abbey Road) e Twisted Logic (l’epico manifesto del nuovo corso) non resta granché di memorabile, e sicuramente spiace che il piglio rock di certi momenti del disco precedente sia stato accantonato in favore del rassicurante formato ballad (con le poche eccezioni di Low e Talk, una – autorizzata ed efficace – riscrittura di Computer Love dei Kraftwerk) o di un pop che ammicca agli ’80 (White Shadow, con un finale che forse persino Bono troverebbe retorico).

Alla fine resta la sensazione agrodolce di avere scoperto un trucco anche troppo prevedibile, seppur innegabilmente riuscito; ma poi arriva quella ‘Til Kingdom Come – originariamente scritta per l’ugola di Johnny Cash e qui inserita come traccia fantasma – che ti ricorda come Martin e i
suoi sappiano, quando vogliono, toccare le corde giuste con naturalezza e semplicità, senza cercare a tutti i costi l’appeal “da stadio”. Il presente dei Coldplay, in fin dei conti, non ci preoccupa. E’ il futuro che ci spaventa un po’.

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