Recensioni

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Pochi musicisti contemporanei possono vantare una discografia variegata, ricercata e al tempo stesso omogenea come quella di Colleen. Eppure ogni suo nuovo lavoro sposta il baricentro quel tanto che basta per rinnovare una formula autografa, originale come poche, al punto che è difficile, se non impossibile, trovare esperienze simili alla sua. Anche solo episodi musicali sovrapponibili.

Non è un caso allora che per descrivere i suoi arcani madrigali fuori dal tempo, si tirino in ballo quasi sempre grandi stravaganti outsider come Arthur Russell, Nico, Delia Derbyshire. Il nuovo lavoro, il sesto, non fa eccezione. Tradisce fin da subito la sua natura delicatamente aliena: ritroviamo la voce di Cecile, che fu il grande turning point introdotto da The Weighing Of The Heart; ritroviamo gli arpeggi astratti a mo’ di carillon, le dinamiche ondivaghe, oniriche, notturne. Eppure il sound, nuovamente, si rinnova. Cecile mette da parte l’amata viola da gamba e la sostituisce con un synth Critter and Guitari, Pocket Piano, raddoppiato all’occorrenza da un Septavox. Ancora una volta, la forma è sostanza.

A flame my love, my frequency nasce da un brivido esistenziale. Il 13 novembre 2015 Cecile si trovava a Parigi, e si fermò proprio in uno dei café che la sera stessa furono teatro del tragico attentato. L’idea di aver sfiorato la morte, per pochi istanti, si traduce in una riflessione minimal zen sulla caducità di tutte le cose. La fragilità come grande, bellissima e terribile matrice della nostra esistenza. «The world had nearly ended yet the sky was blue / And I came home with a fistful of fear», canta in Winter Dawn. Il sound synthetico, in luogo delle calde timbriche della viola da gamba, riflette alla perfezione il senso di tremore umorale che attraversa brani come Separating, Summer Night (bat song) o The stars vs creatures. Si tratta evidentemente di forme primitive di canzoni, sorta di congegni di modernariato pop sotto acido.

Il mondo surreale di Colleen resta quindi perfettamente intatto. A flame my love, my frequency probabilmente difetta della cristallina bellezza dei primi capolavori, e non ha nemmeno l’afflato emotivo del precedente Captain of None, nondimeno preserva egregiamente il trademark Colleen.

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