Recensioni

Fin dalla traccia introduttiva – breve raggrinzito estratto da un vinile di Amanda Rodriguez – si respira l’aria dei malanimi desueti, crucci old style, roba maturata nei barrique dei turbamenti Cave e Waits, due nomi che prima o poi andavano spesi e quindi ben vengano Maudì e The Farm, così non ci pensiamo più.
Il Collettivo Ginsberg è un quartetto allargato anzi aperto agli apporti di un bel manipolo di amici, che portano in dote archi e legni, tastiere e chitarre, fisarmoniche e cori. Con Pregnancy, il loro secondo album, mettono a fuoco un cantautorato ombroso e turgido, letterario (come si evince dalla ragione sociale) in senso beat, ciò che li fa flirtare con l’ebbrezza freak avariata dei tardi sixties (vedi il passo doorsiano di Woodstock Cypress e Yama), consegnandoli altresì alle morbide palpitazioni di un Tim Buckley via Mark Lanegan (soprattutto Child Eyes, e con disarmata delicatezza in To The Womb).
Trovo poi affascinante quando in questo immaginario americano si fanno largo chiari influssi mediterranei, mi riferisco a quella I’m Waiting che snocciola un testo di Ginsberg su ciondolante blues jazzato, mentre la fisarmonica e i cori squadernano sfarfallii filmici in odor di nouvelle vague. Ben suonato, ben interpretato (anche se la voce di Cristian Fanti si rivela un po’ monocorde alla distanza), è un disco che cuoce a fuoco lento un immaginario forse non eclatante ma solido.
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