Recensioni

La ricetta del duo è subito evidente: synth anni ’80 (voglia di crescere, direbbero loro), melodie vagamente sanremesi, taglio indie (sponente, direbbero loro) ma di quell’indie un po’ piacione e paraculo à la Coez per intenderci, e ripescaggi da rap anni ’90 per restare ggiovani e attuali. È facile capire a chi si rivolgono i Coma Cose, e altrettanto facile è capire a chi non piaceranno.
Personalmente mi colloco in una ignava via di mezzo: gli esasperanti e fin troppo insistiti giochi di parole riescono talvolta a tirare fuori cosine interessanti – «ho fame chi-mi-ca-pisce» mi fa ridacchiare ancora oggi – ma alla lunga diventano estenuanti(patici). L’estetica cantata è ovvia e non troppo interessante, tra fattanze sui Navigli e dietrologie assortite, tipe con i capelli rasati e qualche polaroid sfocata. Nulla da demonizzare e poco per cui esaltarsi se i venticinque anni di età sono stati superati senza danni eccessivi.
Casomai un po’ di stanchezza arriva nei ritornelli, vagamente calcuttiani e non troppo incisivi. Da Granata che è praticamente un autoplagio di Post Concerto a scialbe smargiassate come «Ma ci pensi mai / a noi due / agli sbagli». Sciarpa in mano e septum al naso, e via al MiAmi a cantare. È un disco di stereotipi per stereotipi. Ripeto, nulla di male, ma è ovvio che non può piacere a tutti. Hype Aura resta l’ascolto perfetto per il giretto primaverile in macchina col finestrino abbassato e zero paranoie in testa. Nessuno spessore, tante furbate, pop a palate. Come da più parti si è letto, i Prozac + della generazione 2000?
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