Recensioni

Non lasciatevi ingannare dal look da crooner anni 80 e da certi ammiccamente confidenziali del singolo I’m The Man, That Will Find You. L’universo di Connan Mockasin resta uno dei più squinternati con cui vi sia la possibilità di imbattersi in ambito pop. Il precedente Forever Dolphin Love distillava visioni psichedeliche che fungevano da sottofondo per performance sciamaniche e video artistici. Brani come la titletrack o Choade My Dear tracimavano di trovate surreali e si trascinavano in un deliquio narcotico, in cui space rock e suggestioni esotiche si fondevano senza soluzione di continuità.
Caramel porta il tutto alle estreme conseguenze e infonde una nuova e soffusa sensualità. Se da una parte Connan perfeziona il suo stile fatto di flussi di chitarre baluginanti, distorsioni sintetiche e vocalizzi grotteschi, dall’altra sciorina frammenti di soul mutante, che affiorano qua e là come un fiume carsico. Siamo dalle parti dei tardi 70s-primi 80s, per intenderci, tanto che nei singhiozzi erotici di Why Are You Crying? e nelle tracce in cui la sua voce suona meno “alterata”, sembra di trovarsi di fronte allo show subacqueo di un Prince sotto morfina.
Tutto maledettamente affascinante, se non fosse che talvolta, in quell’umido flusso di coscienza, si perdono le canzoni. Succede quando la formula viene stirata all’eccesso, come nei cinque frammenti della suite It’s Your Body, in cui la musica si dilata al punto da inglobare lunghi silenzi e rumori d’ambiente, sperimentazioni digitali e frammenti melodici di inusitata dolcezza che evocano la wave ambientale dei Durutti Column. Al tutto manca la coesione del precedente lavoro, ma forse è proprio il risultato che Connan voleva ottenere con questo Caramel, un album destinato a parlare più ai sensi che al cuore.
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