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7.3

L’hardcore punk americano è stato per molti una questione di appartenenza a una specifica tribù, a un moto unico e compatto che alzava il vento a colpi di feedback, velocità e pit turbinosi: se la scena californiana dei primi Ottanta, circoscritta a quella miracolosa setta d’interpreti illuminati e famelici accolti tra le mura scalcinate di una casa comune/laboratorio di elettronica a Laguna Beach, la SST Records di Greg Ginn, ha posto le basi per una delle controculture più violente e d’impatto a livello musicale, la Washington D.C. di fine decennio ha mutato le aspirazioni e la frenesia skater di band quali Black Flag e Minutemen in storie di nichilismo urbano – narrate dall’istrionica e pungolante voce nasale di un vero demiurgo, quello Ian McKaye attorno a cui ruotavano realtà e progetti (Minor Threat, Rites of Spring e, ovviamente, Fugazi) che ancora oggi hanno impresso la propria firma nel tessuto sonoro stratificato del cosiddetto rock alternativo americano.

Un’altra scena si oppose, in un certo senso, a quest’ultima: Boston ribolliva infatti nei primi Novanta di un furore contenuto, ingabbiato, ma che presto sarebbe stato pronto a esplodere con furia dinamitarda e una miscela letale tra l’essenzialità del punk vecchia scuola e il groove spesso dell’heavy metal: quella scena, illuminata dalle visioni progressive-core dei canadesi Nomeansno e dal calderone fumante dei sempiterni Pantera (il cui ex-leader Phil Anselmo è un riconosciuto e rispettato “membro” all’interno dei loschi affari dell’hardcore del sud degli Stati Uniti), e guidata per la retta via dagli “avi” Mission of Burma, trovò la sua piena forma e realizzazione verso la metà dei Novanta, quando i piccoli ed umidi scantinati cominciarono a vedere i propri pavimenti appiccicosi calpestati dalle doc Martens di una nuova generazione di piromani: dai SS Decontrol agli Slapshot, dagli American Nightmare (successivamente Give Up the Ghost) ai Cave In, il cui leader Stephan Brodsky dichiarò: «Dal momento in cui Boston trovò la sua ondata, non solo la città fu pronta a reclamare il suo credito, ma lo fece con una forza, una rabbia, un’intensità che potevano suscitare ostilità, cosa che aggiunse fuoco alla sua storia» (grazie al sempiterno Claudio Sorge per la fonte).

Si dice che a Boston non vi fossero porte, ma barriere da abbattere: noto è l’antagonismo con la scena coeva di New York, così distante e così vicina (anche e soprattutto per via di ideali politici contrapposti: il socialismo di Boston e i movimenti skinhead di estrema destra legati ai sobborghi della Big Apple), nonchè il proverbiale spirito refrattario alle influenze e alle contaminazioni, nonché a “invasioni” da parte di gruppi appartenenti ad altre scene – si vocifera che, nel lontano 1982, solo i Black Flag (evidentemente troppo grandi e seminali già all’epoca per essere colpiti dall’embargo) riuscirono ad approdare sulla East Coast, esibendosi in un piccolo club davanti a sole dodici persone, tra cui l’attore John Belushi (che di lì a poco lascerà, ahinoi, questa grama Terra).

Ebbene, come la scena “Cali” aveva nei propri baluardi i Black Flag, Washington i Fugazi e l’ “antagonista” NY gli Agnostic Front, Boston rintracciò i suoi paladini e portabandiera in un quartetto di giovani guerriglieri, guidati dal tatuatore ed artista grafico Jakob Bannon, ed il poliedrico chitarrista (e futuro produttore di indubbie qualità) Kurt Ballou. Il clamoroso Jane Doe del 2001 fu lo spartiacque, e da lì si aggiunsero gli altri due membri ormai fissi in formazione, ovvero il bassista di origini navajos Nate Newton ed il batterista e metal-enthusiast Ben Koller. Adesso, a cinque anni dall’ottimo All we Love we Leave Behind, i quattro stregoni di Salem tornano con un album, The Dusk in Us, (anticipato quest’estate dal singolo I can tell You about Pain) che conferma il mood crepuscolare e “riflessivo”del suo onorevole predecessore: la nona prova in studio è la solita gragnuola di schiaffi e ritmi da cardiopalma, ok, ma la band forse si mostra ancor più scafata, in tiro totale quando abbassa i giri, quando si prende del tempo – e di tempo se ne è preso eccome: cinque anni in cui il solo Koller ha licenziato ben SEI album con i suoi molteplici side-projects (All Pigs Must Die, Mutoid Man con il sopracitato Brodsky, ed il super – è il caso di dirlo – gruppo Killer be Killed, con Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan, Troy Sanders dei Mastodon e Max Cavalera).

Ai consueti episodi di furia cieca – l’opener A single Tear, che vira su territori emocore, ed è un déjà vu di Aimeless Arrow che apriva l’album precedente, passando per il minuto e sedici secondi netti di Cannibals, l’animalismo di Wildlife, Arkhipov Calm (scomoda la figura di un istrionico generale russo, Vasilij Aleksandrovič Archipov, che, durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962, scongiurò de facto una possibile guerra nucleare) – si sovrappongono infatti episodi mid-tempo in cui il passo si fa più ferino, felpato, sofferto e a tratti illuminato (o gettato nell’ombra) da una lucida disperazione: brani come la title track o Thousands miles between us sono destinati a divenire dei must nelle scalette dei live. Il lavoro dietro al deck di Ballou è, al solito, ottimo e certosino nell’equilibrare i picchi e le medie che costituiscono l’ossatura sonora del quartetto: ci sono pochi produttori al mondo che sanno controllare e flirtare con il caos come il proprietario dei God City Studios, poco ma sicuro.

The Dusk in Us, come nona tappa di un percorso incredibile, mostra una band che volge ai quasi-cinquanta con la consueta furia e voglia di mangiare – roba che poche altre band possono vantare – ma rendono anche un ritratto maturo e completo di Bannon e soci, ormai non più ridotti a combattere una scena antagonista e dirimpettaia, ma impegnati a fronteggiare vis-a-vis i propri demoni interiori.

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