Recensioni

7.5

No, con buona pace di tutti, i Fugazi non si riformeranno. E ammettiamolo, non che si fosse mai potuto dubitare della band di Washington, ma è un sollievo vedere una visione tanto etica e influente restare alla larga dal tritacarne massificante, almeno per chi crede in un certo tipo di discorsi. Anzi, questo potrebbe essere uno degli ostacoli principali di una possibile reunion. Comunque, già il solo fatto di sapere che di tanto in tanto si ritrovano a provare da vecchi amici (almeno, secondo alcune indiscrezioni di Mckaye) è un pensiero rinfrancante. Come lo è anche ascoltare i nuovi progetti musicali degli ex-membri della band, cosa che ci fornisce ulteriori elementi per comprendere la visione che li muove: non guardarsi troppo alle spalle vivendo di rendita, ma continuare a trovare nuove modalità espressive per diffondere un punto di vista. Così hanno fatto gli Evens di Ian Mckaye e Amy Farina (ex-Warmers), nonché Joe Lally, sia da solista che con i Messthetics assieme all’altro ex Brendan Canty e al chitarrista avant Anthony Pirog. E ora la genealogia della scena washingtoniana va riaggiornata anche con i Coriky, il trio formato da Lally, Mckay e Farina nel 2018 e che pubblica il tanto atteso primo disco omonimo.

Anche stavolta non si tratta di nostalgia né tantomeno di qualcosa riducibile a una semplice terminologia di derivazione fugaziana; le influenze ci sono, ovviamente, ma perché sono in gioco le personalità di musicisti che hanno costruito il suono della Dischord come abbiamo imparato ad amarlo: apertura mentale, testi impegnati ma mai sloganistici e ricerca di architetture armoniche intelligenti. Rispetto agli Evens, le chitarre diventano più sferzanti (Clean Kill), le dinamiche si slacciano verso nuove aperture rintracciando consistenze jazzate (BQM) e inedite trame folk (Last Thing) e il basso di Lally aggiunge un’intensa corposità marchiando il funk di Say Yes e il dub in chiave punk rock di Jack Says. Dal passato sbucano le intuizioni di The Argument, ma per poi distendersi in un post-core più diretto e viscerale (Shedileebop, Hard to Explain); mentre quelle di Steady Diet of Nothing vengono lavorate con una matematica di tempi dispari diventando una cosa nuova e personale (la splendida Too Many Husbands). I passaggi post-punk più ombrosi e cerebrali, invece, passano per Have a Cup of Tea e Inauguration Day, fino a una chiusura che sorprende con lo slancio soul di Woulda Coulda.

Il passato è storicizzato ma il fuoco avanza ancora, i Coriky lo dimostrano perfettamente con un’intensa vitalità e tutte canzoni di peso. Il tocco made in D.C. di casa Dischord si riconferma una delle musiche più brillanti di sempre.

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