Recensioni

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Non fosse bastata la musica, delle Sleater Kinney serbiamo ottima opinione anche per l’essersi ritirate imbattute all’apice della carriera. Prerogativa dei più grandi, la scelta del “momento giusto” per sparire e altrettanto quello dell’ipotetico ritorno, che s’avrebbe da fare solo con qualcosa di rilevante da dire. Regola che vale per Corin Tucker, la quale – dopo un periodo trascorso a godersi le gioie della famiglia – riappare con relativa, omonima band dalla Portland dove tutto è iniziato, recando undici brani di folk-rock virato indie, cioè devoto ai ’60 però ricco di mosse che lo allontanano dal puro revival e in ciò simile a certe cartoline inviateci più di un ventennio fa da Barbara Manning.

Penna tuttora brillante, la maturità restituisce un approccio più posato ma senza forzature, evidente nel gusto per il dettaglio “di peso” che fece grande The Woods e nell’urgenza espressiva, felicemente adattata alla nuova fase dell’esistenza; che emerge chiara dal caracollare dylaniano ma inquieto della title track e dalla gemma introspettiva di chiusura Miles Away. Nel mezzo, una solida varietà di sfacciate citazioni Byrds (Riley) e ticchettanti nervature da Slits senza reggae (Half A World Away), di momenti tesi eppure leggiadri (It’s Always Summer) e scorribande robuste (Big Goodbye), di impennate (Handed Love, Pulling Pieces) e riflessioni (Dragon). Esattamente quello che t’aspetti da un’artista coscienziosa: bello avere certezze, ogni tanto.

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