Recensioni

6.5

Al secondo album solista, Corin Tucker lascia da parte le interessanti esplorazioni semi-acustiche dell’esordio 1000 Years per far tornare le chitarre elettriche in primo piano. Una scelta che certo non sorprende, considerata la reazione tiepida riservata al disco precedente, ma che sembra essere una diretta reazione al successo delle altre due Sleater-Kinney Carrie Brownstein e Janet Weiss, ormai lanciate nelle Wild Flag.

“Eccomi, sono tornata”, esordisce la cantante nell’inno post-femminista Groundhog Day che apre l’album, mettendo da subito in primo piano la sua voce inimitabile, per niente segnata dagli anni che passano. Il risultato, grazie anche al drumming frenetico dell’ex Unwound Sara Lund, non sfigura rispetto ai momenti migliori delle Sleater-Kinney nei brani più movimentati (Kill My Blues, I Don’t Wanna Go, No Bad News Tonight), mentre rispetto all’album precedente convincono maggiormente anche i pezzi più lenti, dall’esperimento quasi psichedelico None Like You alle chitarre schiaffeggiate di Outgoing Message, forse l’apice emotivo dell’album. Come ai tempi di Call The Doctor commuove l’omaggio a Joey Ramone Joey, mentre le noti dolenti arrivano invece con il singolo Neskowin, un malriuscito tentativo di trasformare il sound del disco in chiave dance-rock.

In generale, ci troviamo di fronte ad un buon seguito, lontano come ci si poteva aspettare dagli apici emotivi del trio di Olympia, ma che mostra un’artista di nuovo pronta a tirare fuori i denti e ormai avviata da protagonista anche in questa carriera solista. Se era lecito aspettarsi forse qualcosa di più dopo gli esperimenti dell’album precedente, è anche vero che il formato da rock band è quello che si addice di più alla bionda cantante dell’Oregon, che non è mai sembrata così a suo agio dai tempi di The Woods.

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