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Distesa come una diva, Stratocaster rosa sul fianco, sorrisetto ammiccante da pornostar e gambe intrecciate sado-fetish che fanno passare in secondo piano le alucce: Courtney Love è allusiva sin dalla copertina, realizzata dalla celebre disegnatrice di pin-up Olivia De Berardinis. Ma poteva essere altrimenti? Messa da parte la carriera cinematografica, dopo essersi pavoneggiata al fianco ora di Sheryl Crow ora di Don Henley, archiviate le lotte con le major, la vedova Cobain trova l’opportunità di esprimersi per la prima volta in un disco tutto suo: i cultori delle Hole e delle varie manipolazioni commerciali avvenute in ambito grunge non aspettavano altro da anni, e questo misto di hard rock, pop e indie FM non è dispiaciuto al pubblico.

Così, in attesa di leggere sui suoi diari con quali dolci paroline si rivolgeva a Kurt, l’album di Mrs. Love si è messo a correre nelle classifiche. Ma se il battage pubblicitario può influenzare il pubblico più benevolo, questo esordio, proprio come quello dell’ex compagna di cordata Melissa Auf Der Maur, è tutto da dimenticare. Nonostante collaboratori “eccellenti” tra i quali spiccano il chitarrista degli Mc5 Wayne Kramer e Linda Perry, ex 4 Non Blondes, e uno stuolo di produttori da James Barber a Josh Abraham a Matt Serletic, America’s Sweetheart racchiude tutti i peggiori luoghi comuni dell’Mtv rock degli ultimi anni.

 E se almeno con le Hole, Courtney era riuscita a scrivere alcuni brani degni di nota (Celebrity Skin e Plump, melodie graffianti e potenti scariche), da sola proprio non riesce a andare oltre il classic rock di All The Drugs (la meno peggio), Sunset Strip (dallo stomachevole testo glam) e Life Despite God, con tanto d’imitazione di Janis Joplin. Per non parlare dei tentativi di rievocare il sound delle Hole con Mono, scelto per aprire l’album e sorta di manifesto ruffian-femminista della cantante, bella (e sexy) addormentata nel bosco in guerra contro i fotografi da un lato, fustigatrice dei musicisti che a Woodstock ’99 rimasero indifferenti alle violenze subite da dieci ragazzine tra la folla dall’altro.

E si continua di male in peggio: citando alla rinfusa, Zeplin Song (vagamente e colpevolmente Nirvana), But Julian I’m A Little Older Than You (in cui si rivolge così al giovane Casablancas degli Strokes: “Ho visto Parigi, ho visto la Francia, ora posso vedere nelle tue mutande”), Hello, che ricorda molto l’ultimissimo periodo delle Hole, anche se l’interpretazione, forzata e priva di grinta, risulta povera di personalità. Ancora, provate a immaginare Never Gonna Be The Same, Hold On To Me, Uncool (che porta la firma “prestigiosa” di Bernie Taupin, il paroliere storico di Elton John) o Almost Golden cantate da Avril Lavigne oppure Pink: dopo essersi mostrata nei panni (succinti) di reginetta della trasgressione, cosa c’è di meglio di una buona dose di brani teen-pop melodici e mielosi per colpire, dopo il cerchio, anche la botte? Non farlo più, Courtney. Proprio come nella, diciamo così, riproposta della celeberrima Smells Like Teen Spirit sotto le mentite spoglie di I’ll Do Anything. Ah, naturalmente with Love.

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