Recensioni

5.5

Courtney Marie Andrews, giovane songwriter di grandi speranze, è nata a Phoenix, Arizona. Quando l’ascolti, ti accorgi subito da dove viene: la sua musica evoca i grandi spazi desolati della provincia americana, le terre di confine, il deserto a due passi ma anche una natura rigogliosa, una qualche forma di fastidiosa innocenza, un candore dal sapore vagamente repubblicano (in una recente intervista rilasciata al Daily Telegraph lei si dichiara «ottimista sulla working class americana», che in piena era Trump, un certo effetto lo fa). Il suo nuovo lavoro, May Your Kindness Remain, in uscita il 23 marzo e prodotto da Mark Howard, segue un Honest Life pubblicato nel 2016 ma distribuito in Europa solo nel 2017 che aveva suscitato non pochi entusiasmi (su tutti Rolling Stone America), inducendo impegnativi paragoni con un certo country leggendario, stile Joan Baez e Joni Mitchell. La parabola emulativa non pare essersi evoluta granché: continuano ad essere quelli i paradigmi di riferimento, sebbene una vocalità fin troppo limpida e priva di sfumature renda, nel complesso, il confronto talvolta impietoso. Viene da pensare più a una Joan Osborne meno cazzuta, a una Sheryl Crow meno scostumata o a una Vonda Shepard anni ‘2000 (la Shepard, per intenderci, era quella della sigla di Ally Mc Beal).

Un po’ di blues, un po’ di folk, un po’ di gospel, la chitarra acustica alternata a sentitissime partiture di piano, creano il tappeto pressoché monocorde di questo disco, in cui l’uniformità è puntualmente un disvalore, perché conferma l’assenza di approdi interessanti. Troppa pulizia, un compitino ben svolto del tutto privo di sbavature, ma anche e soprattutto privo di attrattiva: come una bellezza senz’anima, che non scuote, che non coinvolge, che fa fatica a catturare l’ascolto. Tra un vibrato e un vocalizzo, la nostra Courtney Marie omette d’impressionarci, pur con le sue notevoli doti vocali e il corredo di arrangiamenti old school presi in prestito da una tradizione in puro stile Nashville. Non attecchisce, anzitutto perché sconcerta l’effetto fotocopia, per giunta fuori tempo massimo, e soprattutto perché manca un guizzo, un qualche bagliore che sappia d’altro. Si cerca con fatica, nella tracklist di questo album, un episodio che si distingua, un timido slancio in avanti nell’ispirazione, nella composizione o nell’interpretazione. Niente da fare: la sensazione complessiva è quella di un ascolto tutto sommato prescindibile. Dispiace, perché se hai 27 anni, abbastanza voce per farti sentire e un buon tocco per suonare impeccabilmente, diventa davvero sconsolante constatare il cattivo uso di cotanto talento.

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