Recensioni

6.5

Ce lo siamo un po’ persi per strada, Craig Finn, dopo il suo esordio solista datato 2012. Allora si prese una pausa dall’impegno principale, gli Hold Steady, che nel frattempo non pubblicano nuovo materiale dal 2014. Il primo disco, Clear Heart Full Eyes, non ci era sembrato niente di che: il solito cantautorato da provincia disperata del Midwest, filtrato attraverso l’Americana, l’alt-folk di wilconiana memoria e adattato a qualche influsso della Brooklyn indie. Lo avevamo quindi lasciato perdere, andare per la sua strada, fatta anche di un tour in posti piccolissimi, come un salotto, un records store, una piccola etichetta locale. Una scelta di intimità e di contatto diretto con il suo pubblico che potrebbe sembrare una constatazione di fatto: più verso i cinquanta che i quaranta, Finn è un onesto artigiano che si deve coltivare quasi a uno a uno i dischi vende.

Oppure, e questo è il rovescio della stessa medaglia, un reale interesse, una vera ricerca di empatia in un’America di provincia (soprattutto in zona Twin Cities, Minneapolis e Saint Paul, Minnesota) in cui le storie di ordinaria disperazione, di alienazione, di isolamento umano sembrano all’ordine del giorno. Sono storie che, da un’altra zona geografica (gli Appalachi), J. D. Vance – assurto alla notorietà all’indomani dell’ascesa di Trump, perché l’unico che ha cercato di fornire una spiegazione delle spalle voltate al doppio mandato Obama – ha raccontato in Hillybilly Eulogy: sconfitti, drop-out, derelitti della classe operaia che non avevano altro orizzonte antropologico possibile che l’America first. Quelle che Finn racconta in questi dieci racconti (perché di questo si tratta: canzoni veramente verbose)  sono persone che non sono ancora finite in quel buco nero, persone che sono alla disperata ricerca di una mano tesa, un po’ di calore umano che le allontani da quel precipizio.

Sono le storie come quella di Frances (A Bathtube in the Kitchen), stretto tra problemi economici, o quella di chi aspetta qualcuno che non torna, lasciando un dolore sordo al centro del petto (Carmen Isn’t Coming Home Today). Sul fronte musicale, la triangolazione è sempre quella: Steve Wynn, Wilco, blues chicagoano, ma con una tendenza nuova verso Randy Newman: saranno i fiati, qui usati con maggiore frequenza rispetto al passato, e una generale virata classica degli arrangiamenti che allontanano definitivamente il musicista da quella Brooklyn che per un tratto è stata la sua casa. Nessuna rivoluzione, nessun colpo d’ala inatteso, ma un confortrecord, se così si può dire, fatto di canzoni che si lasciano piacevolmente ascoltare, e raccontare.

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