Recensioni

<p>Lars è affetto da una forma particolare di malattia mentale che ha un nome tanto strano quanto la fobia che rappresenta, quella di essere toccato: l’afefobia. Orfano di padre e madre, accompagnato solo dall’inseparabile, ormai proverbiale, copertina di Linus, Lars reagisce alla malattia procurandosi una donna che di certo non è in grado di incutere la paura che lo sconvolge: la bambola Bianca.</p>
<p>Di ossessioni il cinema si è occupato in vari altri contesti: la rupofobia di Howard Hughes in <span style="font-style: italic; font-weight: bold;">The Aviator</span> per esempio o le perversioni nascoste de La Pianista, i traumi del passato nei film di <span style="font-weight: bold;">Hitchcock</span> (<span style="font-style: italic;">Marnie</span>, <span style="font-style: italic;">Vertigo,</span> <span style="font-style: italic;">Psycho</span>) ma anche film più recenti in cui adolescenti incompresi sono affetti da problemi relazionali e/o mentali. Come Freud (e molti film) insegna(no) la fobia è solo una manifestazione del rimosso: nel caso di Lars il trauma originario è la perdita delle persone care alla quale finisce per reagire facendo morire la sua bambola. Allestisce, così, il dramma che lo ha segnato (altro topos nei film psicanalitici) e si allena a perdere le cose, creando famigliarità con il senso della fine di tutto, come succede in quella bella poesia di Elizabeth Bishop. La struttura del film, quindi, è quella classica ma il registro, invece, cambia. Non c’è dramma: la cosa, infatti, appartiene all’ordine naturale dei fatti che caratterizzano l’umanità, come tante altre ossessioni che affliggono altri compaesani, come fanno notare gli anziani riuniti in consesso. Perché, allora, preoccuparsi tanto e fare tragedie? La soluzione è già in saccoccia: la guarigione passa attraverso la dolcezza con cui tutto il paese persuade Lars sulla forza del pensiero. Il re è nudo ma se tutti lo vedono vestito la nudità scompare. A causa di questo tema (peraltro interessante) il film è stato criticato di ‘buonismo’; si è parlato del tocco edulcorato, stile <span style="font-weight: bold;">Frank Capra</span>, per l’insistenza sul registro delicato e dolce. In realtà, nonostante la sua dolcezza di superficie, Lars è un vero e proprio egocentrico, insicuro e antipatico, come ogni immaturo sa essere e il film, visto così, dice molte più cose sulle piccole società della provincia (americana e non). </p>
<p>Magari uno psichiatra inorridirebbe ma si tratta pur sempre di un film e non si può prender troppo sul serio. E allora perché mai dovremo andarlo a vedere? Prima di tutto perché il protagonista, <span style="font-weight: bold;">Ryan Gosling</span>, è davvero bravo (è un film basato tutto sugli interpreti). Poi per il regista, che è già alla sua opera seconda negli Stati Uniti, <span style="font-style: italic;">Mr Woodcock</span>, con attori del calibro di Susan Sarandon e Billy Bob Thornton. Inoltre è l’ennesimo caso in cui il cinema deve qualcosa al serial tv dal momento che la sceneggiatrice, Nancy Oliver, proviene da<span style="font-style: italic; font-weight: bold;"> Six Feet Under</span>, dove perdita e dolore sono il filo rosso e sui quali, quindi, pare essersi a lungo allenata.</p>
<p>Infine questo film deve il suo valore all’attualità del tema: in una fase post-human come la nostra è assolutamente normale raccontare con tale ingenuità naif una storia simile di partnership tra uomo e alterità non umana! Che si tratti di automi, alter ego, avatar o anche, perché no, bambole più o meno gonfiabili, da sempre l’uomo si è fatto aiutare o trastullare da partner non umani, materiali o virtuali che siano (Lars incontra la sua Bianca su Internet, il che fa pensare che la paura dell’intimità sia davvero generalizzata…) Questa sindrome di Pinocchio parte da Collodi e comprende una miriade di film: da <span style="font-style: italic;">Metropolis </span>a <span style="font-style: italic;">Blade Runner</span>, passando attraverso<span style="font-weight: bold;"> Cronenberg </span>o, anche, Il Dormiglione<span style="font-style: italic;">&nbsp;</span>di <span style="font-weight: bold;">Woody Allen</span>. A titolo informativo dobbiamo ricordare, poi, che Lars non è di certo il primo ad essere piacevolmente intrattenuto da una bambola: il feeling inizia ovviamente con la crisi della coppia ortodossa negli anni 60. In Italia Lattuada la mostra nel 1967 in una delle scene iniziali di <span style="font-style: italic;">Don Giovanni in Sicilia</span> (da Brancati) e poi c’è, chiaramente, <span style="font-weight: bold;">Fellini</span> con <span style="font-style: italic;">Casanova</span>. Michel Piccoli nel 1974 è ossessionato dalla sua bambola gonfiabile nel film dello spagnolo Luis Garcia Berlanga, <span style="font-style: italic;">Life Size</span>. Le presenze plastiche più recenti sono in <span style="font-style: italic;">Kantoku banzai!</span> in cui Takeshi Kitano se ne va in giro con una bambola-alter ego e pare che per la prima volta possa essere ribaltato il ruolo e che anche la donna possa godere delle gioie della carne con un bambolotto, come succede a Winona Ryder nel film <span style="font-style: italic;">The Ten</span>, di prossima uscita. La fine del sessismo comincia a dare i suoi frutti!</p>

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