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Il silenzio a volte puoi infrangerlo con sommessa delicatezza. Lo sa bene Matt Jones, voce e mente dei Crescent, tornato ad imbracciare chitarra e suggestioni dopo un’assenza lunga ben dieci anni. Un tempo incalcolabile che finisce per dilatare tempo e spazio e che può spingerti in qualsiasi direzione come quei gelidi venti di Tramontana. La band di Bristol si rivela invece resistente e porta avanti un’idea sonora semplice ed estremamente intima.

Resin Pockets ha le fattezze di una questione privata, quasi un soliloquio musicato e recitato ad alta voce. A sostenere questa tesi anche le fasi di gestazione dell’album, sostanzialmente concentratesi in spazi casalinghi e quotidiani dove sparuti ospiti si sono prestati ad accrescere quell’aurea lo-fi e vagamente 90s che si respira durante tutte le nove tracce. Pochi squarci di luce ed un’unica costante: la scarna componente chitarristica che Jones lascia sibilare, quasi sempre accessoria ed accompagnata da un cantato a metà strada tra il trasognato e l’intimista e che ti aspetteresti da uno slacker Nick Drake o un fragile Micah P.Hinson. In ogni caso un concept che fa (purtroppo) della malinconia il proprio, unico punto di forza: «travail de mémoire» lo definisce il frontman, a cui però – ribadiamo il “purtroppo” – non riesce di trasmettere quel grumo di sensazioni ed esperienze accumulate in questi ultimi dieci anni e tradotte in brani essenziali quali Impressions e I’m Not Awake, idee incompiute o trame troppo sospese per essere intercettate.

Insomma questa volta non basta celarsi dietro all’idea di un folk cupo ed ermetico, come ben inteso da Conor Oberst in Ruminations, per guadagnarsi la targhetta d’illuminato songwriter. Ogni singolo brano di Resin Pockets somiglia ad un quesito irrisolto, dove chi ascolta è perennemente tagliato fuori da un dialogo scritto per una sola voce e che rifugge qualsiasi forma d’empatia. Alla fine della fiera, la sensazione è di aver conquistato un misero pugno di mosche, appagati solo da qualche arrangiamento appena più elaborato (Willow Pattern) o che addirittura lascia intravedere sfumature di luce pop (Starlings). Forse sarebbe stato lecito attendersi qualcosa in più dai Crescent, considerata anche la lunga pausa di riflessione. L’impressione è che Resin Pockets sia un esperimento volutamente calibrato su corde talmente sottili e personali da scardinare qualsiasi tipo di patto con l’ascoltatore. Peccato però, le premesse c’erano tutte.

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