Recensioni

Chissà dove si era perso, il cuore di Cristiano Godano. Del resto, il cuore di tutti lo fa: si perde. E non si sa dove. Non si fa trovare. Non te lo fa neanche sapere che si è perduto, mimetizza l’assenza con un malanimo, con un rimbombo sordo che non capisci bene ma a cui, quasi sempre, fai l’abitudine. Questo disco d’esordio da solista del frontman dei Marlene Kuntz sembra appunto una raccolta di canzoni scritte a partire dalla consapevolezza che qualcosa andava aggiustato, recuperato, ricollocato al posto giusto. L’aspetto più positivo della raccolta mi sembra appunto la consonanza tra percorso musicale e, come dire, esistenziale che suggerisce. Ok, bisogna per forza di cose partire dai Marlene Kuntz: band dirompente in quei 90s che ipotizzavano una via al rock in italiano capace di farsi linguaggio generazionale, strutturato su parametri espressivi di rottura che finalmente parevano in grado di guadagnarsi un pubblico considerevole assieme alle attenzioni dei media, in entrambi i casi non necessariamente del settore. Più che un merito della scena italiana, probabilmente si trattò di galleggiare sul consenso globale riservato al rock, che proprio nell’ultimo decennio del secolo raggiunse fasti (in termini di popolarità e cifre di vendita) inediti. E, ahinoi, mai più ripetuti.
Col nuovo millennio e la necessità di elaborare nuove direzioni, i Kuntz hanno dovuto fare i conti con il loro punto di forza: una caratterizzazione sonora impetuosa, tendente al deragliamento noise come sottolineatura espressiva sistematica. Mentre i “coetanei” Afterhours potevano contare su una naturale propensione alla schizofrenia stilistica, che li ha visti difatti svariare album dopo album azzeccando così una sorta di “continuità nel cambiamento” che ne giustificava la persistenza, la band di Cuneo ha prima tentato di addomesticare il linguaggio in chiave pop-rock e quindi si è stabilizzata su un canone kuntziano riconducibile a un cantautorato rock ad alta intensità, con l’antica furia opportunamente ridotta a sempre più miti consigli. Se devo dirla tutta, gli ultimi lavori dei Marlene Kuntz sono come minimo dignitosi, spesso ispirati, ma sembrano mancare loro quei requisiti minimi di urgenza che rendono un disco rock in grado di scuotere, scavare, divertire, elettrizzare e insomma tutto quello che succede quando ascoltate i vostri dischi preferiti.
Godano in particolare mi dava la sensazione di un leone in gabbia, stretto in un ruolo – il frontman di una band un tempo apicale nella scena rock italiana, con una base di fan ancora assai nutrita da cui era (è) difficile prescindere – che non gli permetteva più di esprimere con pienezza ciò che nel frattempo era diventato. La sua vocazione letteraria (è ad oggi autore di due volumi, la raccolta di racconti I vivi e il diversamente autobiografico Nuotando nell’aria), i progetti cinematografici (ha recitato in Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario, di cui ha scritto parte della colonna sonora) e pseudo-teatrali (il tour Parole e musica), persino le incursioni nel mondo della stampa (collabora attualmente con Rolling Stone), testimoniano il tentativo di forzare il bozzolo, di ritagliarsi spazi e dimensioni ulteriori.
Mi ero perso il cuore sembra appunto questo: innanzitutto uno spazio, una dimensione, un luogo. Il luogo in cui Godano è andato – chissà quando, per chissà quanto – a cercare quel cuore che aveva smarrito. Trovandolo? Sì, direi proprio di sì. Non stupisce – anzi, è tipico in casi del genere – che si tratti anche di un ritorno: la presenza di Gianni Maroccolo e dei due Üstmamò Luca Rossi e Simone Filippi, rievocano quel Consorzio Produttori Indipendenti coi quali i Kuntz dettero alla luce l’epocale Catartica nel 1994. Qui si fermano le rievocazioni, perché il Godano di oggi con quella furia sonica e quel lirismo al calor bianco ha ben poco a che vedere.
Il suo esordio solista delimita un perimetro cantautorale perlopiù acustico, segnatamente folk-rock, una situazione raccolta dove l’atmosfera è resa densa grazie a una strategia di timbri caldi e in chiaroscuro, da un canto che quasi mai cerca lo strappo e lavora invece per strofinamento, come un sussurro armato, aspro, sempre sul punto di lacerarsi. E in virtù del contrasto tra questa asprezza trattenuta e la ricercatezza dei testi, che sembrano voler ribadire una distinzione esistenziale come prodotto di una sensibilità raffinata a forza di letture, però disposta a sporcarsi le mani nell’intruglio delle emozioni e dei sentimenti.
Si pensi alla ricercatezza pittorica di versi come «Le forme del tuo stato d’animo / ciglia aggrottate e infelicità» nel raccoglimento frugale – ma corazzato di scorza metropolitana – di Sei sempre qui con me, oppure a «l’aria fruscia tra le fronde e / raggrinza il fondo blu del cielo / da qui seduto sul balcone c’è / la rotta linea del rilievo / che mi offre lo slancio per estendere / la mia meraviglia» di Ma il cuore batte, o ancora alla disamina urticante di «ci urliamo in faccia la pornografia / di una rabbia denudata e acida» nella processione cupa – vagamente Cohen – di Padre e figlio, con quel ritornello che ondeggia agrodolce fermandosi un attimo prima di scivolare nel barocco.
A questa sorta di fierezza culturale priva di snobismo e sindromi di superiorità (di per sé già un piccolo miracolo), corrisponde un’idea sonora assieme basale (con persino elementi lo-fi) e strutturata, che mette nel mirino una neanche troppo dissimulata nostalgia del piccolo mondo antico folk rock, in particolare l’incantesimo amniotico dello Young altezza Harvest, quel caracollare sulla frontiera immaginaria che tutti ci portiamo dentro da Out On The Weekend in avanti (vedi il rovello carezzevole di La mia vincita, la densità acidula di Ciò che sarò io o quella Figlio e padre benedetta da un bel lavoro al flauto di Enrico Gabrielli). Nell’insieme Godano sembra volerti dire che è questa la casa che si porta dentro, il luogo dove lascia macerare i conflitti e sbocciare gli occasionali splendori. Tutto ciò è chiarissimo, addirittura esplicito, come quando nella ruspante Com’è possibile si permette di parafrasare Dylan («la risposta è lassù / e soffia nell’aria / quante strade dovrà di nuovo percorrere / un uomo»), mentre nella incalzante Dietro le parole il vorticare di percussioni, flauto e melodica (ancora Gabrielli) ricordano addirittura il lirismo sfuggente e immaginifico del Battisti altezza Anima latina.
Detto che una nota poco lieta è l’uso eccessivo dei cori, ingrediente che mira a una levigatezza dolciastra e accomodante di cui francamente credo si potesse fare a meno (vedi la pur vibrante Ti voglio dire, con quella pigrizia carica di trabocco emotivo, e soprattutto Ho bisogno di te, che peraltro vanta un ottimo lavoro al piano di Vittorio Cosma), chi andasse in cerca di sensazioni kuntziane sappia che Panico sfodera la mancanza di riguardo e il piglio post-punk (piano battente, chitarre trafelate, il canto un talkin’ scartavetrato) del caso, con in più un Gabrielli sugli scudi tra violino e sax nevrastenico. A questo spasmo liberatorio si aggiunge la nervosa Lamento del depresso («quella faccia che si divincola / dall’opportunità di essere compassionevole») e la foga affilata (invettiva ferrettiana e pennellate di chitarra quasi Paisley) di Per sempre mi avrai (quest’ultima però potranno godersela solo gli acquirenti del vinile).
Nel complesso è un buon lavoro, ispirato e godibile anche in prospettiva radiofonica (non è affatto un demerito), di un Godano che si propone come cantautore maturo ma abbastanza indocile e perfettibile da farci ipotizzare sviluppi interessanti. Mi rimane un dubbio: che tutto questo raccoglimento celi la necessità di una comfort zone, il bisogno di giocare la partita tra le mura amiche, protetto nella campana di vetro estetica e poetica anziché esposto nella cantina dove il battito delle cose assomiglia a un rombo e il cuore dei tempi stilla veleni prodigiosi (Dylan docet).
In altre parole: stiamo ascoltando l’inizio o la fine di qualcosa? Una risposta potrà darcela, come sempre, solo il tempo.
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