Recensioni

Ah, il nuovo della Donà: dire che lo attendevo con impazienza è dire poco. Sia Tregua che Nido mi sembrano grandi cose, ad un passo dal capolavoro, testimoni di una crescita più che evidente nel segno di una proposta sempre più articolata e acuta, capace di registri ora cupi ora scintillanti, concedendosi vaporose sottigliezze jazz-blues sotto la tutela-benedizione di un certo Robert Wyatt.
Insomma, un caso pressoché unico nel panorama italiano carente di figure caratterialmente “forti” e stilisticamente coraggiose, e non mi riferisco al solo versante femminile.
Intanto, c’è da registrare una copertina niente male, virata blu, inquieta, stilosa. Quella foto all’interno, poi, fa un po’ l’effetto di quei cosi – come si chiamano – gli stereogrammi, con la mano che sembra galleggiare fuori dal primo piano. Intriga, promette mistero. Speriamo bene. Chi produce? Davey Ray Moor? Ma non è la testa pensante e suonante dietro a tutti i sordidi languori dei Cousteau? Come direbbe quel tale: e che c’azzecca? Vabbé, all’ascolto, all’ascolto. Deliziosa, Nel Mio Giardino. Quegli archi, quella tromba, l’inganno ruffiano della melodia, mi ricorda qualcosa degli ormai ex Ustmamò… Potrebbe anche funzionare, intendo nelle radio, però che suono pulitino, che asetticità pettinata, che malizia tirata col righello. Non senza qualche perplessità, passo oltre: Invisibile, bello il chorus – tra i Roxy Music periodo Avalon e i migliori Matia Bazar, romanticheria come cristallo polveroso solidificata in formalina melò – però che fatica il piattume dei versi, eppoi Cristina ammicca un po’ troppo, sguaina la bella voce su traiettorie impostate, efficaci sì ma prevedibili, quasi fosse una cantante normale…
In Fondo Al Mare invece mi convince in pieno. Sissì, è lirica e arcana. Quelle percussioni asciutte, il gracidare spampanato delle corde, la voce intima e vicina proprio come quella mano blu che vi dicevo, quella che sembra uscire dalla foto. E con Triathlon cosa succede? Siamo alla techno, senti un po’. Esercizio curioso ma piuttosto impacciato: coi versi ricadiamo nel bolso e a poco vale quel chorus serrato con chitarre echoizzate flambé (un po’ alla U2 di The Fly).
Insomma, mi sorprende senza convincermi (il remix curato dai Subsonica, presente come extra track, è sicuramente migliore, energizzato dagli espedienti del caso: a ciascuno il suo, insomma). Con The Truman Show arriva lo schiaffo, vivaddio, e che fibrosa geometria di chitarre, che lucida veemenza wave. I versi s’infervorano in groppa all’infuocato raddoppio vocale, però – mannaggia – stavolta a frullare monotono è il ritornello… Non sono mai contento, eh? Ok, ok, passiamo alla title track: valzer jazzato, cincischio vago di sonagli, fraseggio angoloso di chitarra e poi, oh, beh, come s’apre bene la melodia, com’e brava la Donà ad affogare l’enfasi, che ombre di velluto in quel violoncello, e il cupo scintillare della tromba… Gran pezzo, niente da dire. E un bravo anche a Moore, che ne co-firma la musica.
Ne Il Mondo sfarfalla la fisarmonica di Alberto Cottica (ex Modena City Ramblers, ora Caravan De Ville), scompaginandosi tra cangianti ritmi tribal-folk ed una straniante moltiplicazione vocale: curiosa, seducente, versicolore, il testo all’incirca ferrettiano svicola attraverso imprendibili sotterfugi sintetici e gorgoglii d’organo fino al fantasmatico codazzo per tromba e vocalizzi. L’Uomo Che Non Parla è invece un valzerone virato gospel dall’umore alcolico (catturato tra saturi vapori di taverna) e ironia smaccatamente uterina, il che non guasta, certo, anche perché se da una parte Cristina dimostra di saper prendere e prendersi solennemente per il culo (vedi quando accenna una sbragatura operistica), lo sventagliare delle corde Polly Jean-style ci avvisa che siamo sempre in zona pericolo, sulla linea di tiro del rock.
Di Give It Back avevo un po’ paura fin da quando ne ho scorto il titolo in copertina, temendolo perlopiù marchetta-biglietto da visita per pasturare gli alteri timpani d’oltremanica. Ho ecceduto in sfiducia, giacché acida ed eccentrica propala leggerezze scottanti e movenze oziose, il piglio jazzy cavalcato con impudica verve da una Cristina perfettamente anglofona e prodiga di vocalizzi ormonali. Che se l’ascoltino dunque, quei timpani belli.
A questo punto è un piano a condurre, e un brivido di celesta, e un golfo mistico di archi e ottoni, preludi di dolcissime malinconie: è la melodia ombrosa, vivida e toccante di Salti Nell’Aria, con ogni probabilità la migliore traccia del disco, anzi senz’altro a parere di chi scrive. Chiude Un Giorno Perfetto, ennesimo valzer pervaso di squilibrio e opalescenze sixties (gli arpeggi in contrappunto di elettrica e acustica, il contrabbasso stopposo, la sordidezza distorta del riff) che è come bearsi della rosa stringendone la spina, o inseguire il libero tormento di quella inconfondibile voce.
Insomma, che dire, un buon disco ma anche una mezza delusione: peccato soprattutto per la prima parte, più leziosa che ispirata, a tratti fiacca, fuori fuoco, roba da compitino assolto con dedizione. Meno male che poi la ragazza ci si è messa sul serio ed ha piazzato qualche colpo dei suoi, superando in surplace la terza fatidica prova. Come già dichiarato a proposito dell’ultimo Marco Parente (tra l’altro spesso e volentieri compagno di performance della Donà), non tutte le promesse – che erano autorevoli – sono state mantenute. Invoco quindi uniformità di giudizio, da cui consegue:
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