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7.2

Da Dove sei tu in poi è scattato qualcosa in Cristina Donà che l'ha portata a mondare la sua musica da tutte quelle curvature avant che, in Tregua e soprattutto Nido, avevano fatto delle sue inquietudini una questione (anche) formale prima ancora che contenutistica. Sintomo di una raggiunta maturità personale probabilmente, o forse semplice voglia di cambiare, sta di fatto che il precedente La quinta stagione la vedeva alle prese con una manciata di canzoni in bilico tra pop e rock dalla geometricità cristallina e non poco razionalizzata. Come a voler incastrare quelle inquietudini, certamente diverse ma non meno urgenti, in forme strutturate e riconoscibili, talvolta classiche, lasciando che fosse la sostanza di quest'ultime a penetrare piano piano piuttosto che ad esplodere energica ed esterna come in passato.

Torno a casa a piedi rimane su quella traiettoria, e anzi in qualche modo la rafforza, ma allo stesso tempo cerca di variare una tavolozza coloristica che a questo punto rischiava di apparire stinta. Da qui il favore ad un singolo atipico come Miracoli, pepperianamente bandistico ad annunciare un uso ricorrente dei fiati, e qualche altra scelta d'arrangiamento inattesa – portata dalla complicità di una figura come Saverio Lanza (P.G.R., Biagio Antonacci, Piero Pelù), sulla carta assai distante dalla cantautrice milanese ma alla luce dei fatti rispettoso del suo mondo com'è oggi: su tutte vedasi una Bimbo dal sonno leggero che con l'organetto di Riccardo Tesi vira quasi al tango ipermoderno in zona Gotan Project ma dimostra più che mai come all'origine di tali decisioni ci sia stata una particolare voglia di libertà e alterità.

Tenuto presente questo, il sesto disco della Donà presenta però la titolare per quello che è, ovvero una delle nostre migliori cantautrici in circolazione. Elegante ed aerea nell'incantevole ballad d'amore Un esercito di alberi, folk senza eccedere per il levare mascherato di In un soffio e nel retrogusto di fiati soul con vicinanza Norah Jones di Più forte del fuoco, chirurgica in una title-track carveriana che racconta agglomerando dettagli la fine di una storia d'amore fra due amanti. I tempi di Goccia e Mangialuomo sono lontani e a qualcuno la Donà di questo disco potrà apparire o troppo algida o troppo lieve. Ma è lava che cova sotto il ghiaccio la sua, un modo d'intendere la canzone che non punta al clamore ma attraverso tonalità medie prova a conficcarsi scavando con pazienza, lentamente.

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