Recensioni

7.5

Se avete buona memoria (e ne sono certo) ricorderete che non molto tempo fa si fece largo un genere interamente supportato da piattaforme quali MySpace o blog e forum, prodotto perlopiù nelle camerette di migliaia di adolescenti (né più né meno come accadde un decennio prima con l’indie rock di stampo USA), caratterizzato da un’estetica della memoria perduta, impressa su una polaroid sbiadita, e da un suono mellifluo e vagamente malinconico – da qui il nome “chillwave”. Di fatto, potremmo definirlo storicamente come il primo genere supportato interamente dalla dinamica del peer-to-peer digitale.

A distanza di dieci anni è curioso percepire come la chillwave sia divenuta un oggetto ansioso e vagamente oscuro, transitando da uno stato di quiete in quelle che sembravano autentiche oasi della scoperta a un’epoca che ha “bonificato” quegli spazi virtuali, trasformandoli in punti di gentrificazione di massa (i social, banalmente). Così siamo passati dalla retrowave vivace e piaciona dei vari Washed Out e Neon Indian a istanze del dream pop più notturno (Beach House), o quello più alienato (George Clanton, la scena vapor tout-court). Tuttavia risulta un compito piuttosto arduo stabilire se questo grosso sbalzo d’umore sia dovuto ai nuovi psicofarmaci piuttosto che a una contaminazione coatta e aggressiva dei social media; ciò che è chiaro riguarda invece la necessità di svecchiare il genere (o ciò che ne deriva/che ne è rimasto): ormai si tende sempre più verso il pop (come ha fatto Mac DeMarco, partendo proprio da quel tipo di habitat lì), dimenticandoci dell’elemento più straniante e stranamente piacevole della formula – quella vaga sensazione di quiete dovuta a chissà quale sostanza alterante. Se però il tempo è come un nastro di Möbius, lo si può riavvolgere: una band di Brooklyn si è fatta notare solo grazie a un passaparola sui live e a una manciata di pezzi, distribuita da tre anni circa a questa parte, costruita grossomodo sull’impalcatura stilistica che ha caratterizzato i suoni di cui sopra – suono scarno e preciso, fraseggi jazzistici, atmosfera trasognata, ecc. I Crumb (letteralmente “mollica”) assorbono tutte queste influenze e le fanno loro, ricordandoci tra l’altro che è ancora possibile raggiungere un buon bacino d’utenza con le proprie forze: nessuna loro uscita, compreso questo LP d’esordio, è stata propiziata da etichette, tutto è stato realizzato “in famiglia”, sempre con gran perizia stilistica e tecnica.

Il quintetto composto dalla vocalist e chitarrista Lila Ramani, dal tastierista e sassofonista Brian Aronow, dal bassista Jesse Brotter e dal batterista Jonathan Gilad arriva al fatidico incontro/scontro con la stampa specializzata e una nuova audience, più pronta a consumarlo rapidamente che ad accoglierlo con la pacatezza tipica delle loro canzoni. Eppure Jinx (“malocchio”), già dal titolo sembra voler smentire l’apparente bontà placida della loro musica: parlavamo di quell’oggetto ansioso, e qua lo ritroviamo in una sala, esposto su un piedistallo giallognolo e resinoso come un antico monile rituale. L’album si snoda in 10 pezzi per neanche mezz’ora di durata, e già dai singoli (ottimi) Ghostride e Part III parrebbe ovvio liquidarlo come l’ennesimo prodotto del dream pop americano; invece emerge spesso e volentieri quella patina informe e gelatinosa, che si appiccica addosso come una macumba, un rito magico e vagamente “spooky”, come vengono spesso definiti i Nostri: qualcosa che non è spaventoso in maniera violenta, ma più subdolo e spettrale (The Letter, la title-track), oppure ancora la sensazione di un transfer spirituale da un corpo all’altro, spesso dettato da brani cangianti e progressivi (M.R., Nina). Questi  sono di un’altra pasta rispetto ai sopracitati: le modulazioni e i saliscendi tastieristici fanno pensare al Mort Garson di Plantasia, i solidi intrecci ritmici alla sinuosità del trip hop, loop sonori e botole che si aprono su trappole o percorsi inesplorati, come le ispezioni ectoplasmatiche dei Broadcast. Ma questo gioco dei rimandi lasciamoli a chi li vuol trovare: c’è chi dice Stereolab, c’è chi dice Husky Rescue, io sento solo e soltanto i Crumb.

Anche se sembra una roba fricchettona da dire, in realtà la band ha quasi sfiorato l’aldilà dopo un grave incidente occorso durante una data del tour in Canada, e da lì pare che la tematica del Grande Viaggio sia stata centrale, volenti o nolenti, nella realizzazione dell’album. Chiaro è che se stessero un pelo più attenti alla strada e ci tenessero a salvarsi le penne, avremmo per ancora molto tempo una delle band più interessanti e stimolanti in circolazione.

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