• Ott
    14
    2016

Album

Run For Cover Records

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C’era qualcosa di ingenuamente unico nella musica contenuta nei primi due EP (Get Olde del 2013 e Second Wind del 2014) dei Crying, qualcosa che riusciva a distinguerli tra la folta schiera di esponenti indie rock. Quel qualcosa era il Gameboy. Il trio di Purchase (New York), infatti, in quel periodo cavalca fieramente l’onda dell’occidentalizzazione della chiptune in formato power pop trattandola però con un’attitudine smaccatamente bedroom/lo-fi. Per intenderci, se gli Anamanaguchi volevano arrivare al nerd meme-centrico con sonorità pulsanti e party-friendly, i Crying avevano come target di riferimento (nonostante qualche tendenza al punkettino da high school) l’amante del twee-pop.

Oggi il Gameboy non c’è più (al suo posto synth reali) ma i Crying continuano ad essere una scheggia impazzita nell’attuale panorama musicale e l’album d’esordio Beyond the Fleeting Gales non fa altro che ribadirlo: il disco, pubblicato via Run For Cover, non disdegna lo zuccheroso powerpop dei primi tempi, ma espande l’area di interesse con contaminazioni assolutamente inaspettate. Stiamo parlando tanto di prog-rock fuori tempo massimo quanto di AOR, e quale periodo discografico migliore di questo per rincorrere un revival delle sonorità fino ad oggi (qualcuno, e possiamo pure essere d’accordo, direbbe “giustamente”) bistrattate e lasciate senza troppi rimorsi all’oblio kitsch (vedi i Lemon Twigs con il soft rock post-glam)? Se però certi generi (Giappone escluso) sono quasi sempre andati di pari passo con una un po’ noiosa attitudine Riccardona iper-professionale e attenta al dettaglio, lungo le tracce di Beyond the Fleeting Gales si ha una sensazione diametralmente opposta. Qui c’è divertimento, voglia di prendersi poco sul serio e di dimostrare che si può fare rock da stadio anche rimanendo rinchiusi nella propria cameretta.

Il risultato è un prodotto fresco, giocoso e incredibilmente eterogeneo, che oltre a prog, AOR e power pop macina anche glam rock, l’hard & heavy dei tardi Settanta (Thin Lizzy) e decine di altre influenze. Ad esempio in Premonitory Dream troviamo di tutto, dall’alternative pop-rock degli anni Novanta alle sfumature gaze, passando per riffoni granitici e per i Wheatus, mentre in There Was a Door viene lasciato spazio ad un funk rock dinamitardo e confusionario. Troviamo assoli vanhaleniani sparsi un po’ ovunque (Wool In The Wash), ma l’apice del pacchiano (meglio ribadirlo, con questa cornice non dà fastidio) viene raggiunto nella centrifuga di synth e chitarre (un po’ j-rock, un po’ Rush) sparate a mille di Patriot e nella fanfara-prog di The Curve. Un setting così muscolare fa da contorno alle melodie dolciastre disegnate da Elaiza Santos, capace di risultare gioiosa o fragile a seconda dei momenti e di creare quella patina “indie” che a conti fatti è il vero valore aggiunto. Il ritmo rallenta e le peripezie diminuiscono solamente in Children of The Wind – ottima ballata quasi psy-pop, quasi lennoniana nell’incedere – e nella più soffusa e meno convenzionale Well and Spring. Due passaggi, questi, necessari per calmare un po’ le acque all’interno di una burrascosa tracklist così stracolma di input che il rischio mal di testa (con annesso skip) è dietro l’angolo. Un ricettacolo di idee proposte con l’irruenza dei vent’anni.

Ora per gli americani sembrano aprirsi due possibili scenari: affinare la scrittura limando gli eccessi (scenario più auspicabile) o, acquisendo esperienza, aumentare le dosi proggy rischiando però di sfociare nella megalomania. Staremo a vedere, in ogni caso già oggi il trio occupa una privilegiata posizione, priva di veri concorrenti: nessuno mescola gli elementi sopracitati in questo modo, tanto che tra un primo e un secondo ascolto si passa da un “e questi chi sono?” a un “questi sono sicuramente i Crying”.

29 Ottobre 2016
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Crying

Beyond the Fleeting Gales

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