Recensioni

6.5

Che il brand Crystal Castles fosse di fatto proprietà esclusiva di Ethan Kath già si poteva intuire; senza volerne sminuire troppo il contributo, la sensazione è sempre stata che Alice Glass avesse un ruolo prettamente da “ragazza immagine”, grazie alla sua innegabile presenza scenica e ad un’estetica (il suo account Instagram registra quasi novantamila followers) che era elemento irrinunciabile nel pacchetto del duo, almeno quanto le tele sonore imbastite da Kath; da tempo si mormorava sulla reale gestione “dispotica” del progetto da parte di quest’ultimo, e l’annuncio dell’allontanamento della Glass nel 2014, con annesso stuolo di polemiche a seguire, è parso confermare – per dichiarazioni e modalità – come l’incappucciato producer non sia un personaggio con cui è facile collaborare. Proprio in virtù della pre-detta (e supposta) egemonia creativa di Kath sul marchio Crystal Castles – originariamente nato, ricordiamolo, come solo project – sembrava quasi scontata la continuazione della ragione sociale, seppur orfana della storica front-girl; e così – puntualmente – è stato, con la nuova cantante Edith Frances chiamata a sostituire senza troppi patemi la dimissionaria Glass.

Ecco allora, appena due anni dopo lo split, che arriva un nuovo capitolo targato CC, il primo non self-titled ma anzi con un’intestazione quantomai programmatica (e tutto un portato di implicazioni umanitarie che comunque rimangono decisamente sullo sfondo). Le novità portate da questo Amnesty (I) sono pochine: ormai ampiamente dimenticate le originarie scorie chiptune ed 8-bit (con Chloroform a costituire l’unica – parziale – eccezione), rimangono i tipici tratti di una produzione firmata Crystal Castles: a farla da padrone sono quindi le improvvise sfuriate noise (Fleece), ballabilità deviate su fantasmi house (Enth, la conclusiva – e la più “crystaliana” del lotto – Frail), spesse nebbie notturne (la breve Teach Her How to Hunt) e soprattutto qualche ricordo di melodia dimenticata (Char, forse l’highlight assoluto di questo nuovo capitolo). Il principale elemento di novità è invece rappresentato dall’introduzione – episodica – di ritmiche di matrice hip hop, come nel caso di Sadist (ancora incentrata sulla solita dicotomia melodia-ruvidezze noise) o dell’introduttiva e strumentale Femen (in cui fa capolino anche un inedito rullante trap).

Per quanto il disco in sé sia un lavoro di sicura bontà – e rappresenti, nel percorso del progetto, un deciso passo in avanti rispetto al deludente III – è comunque inevitabile chiedersi quanto possano essere ancora attuali i Crystal Castles nel 2016. Trattasi ovviamente di domanda retorica, ma gli irriducibili fan degli impasti sonori firmati Kath troveranno comunque di che gioire in un nuovo capitolo che rappresenta – senza riserve – un buonissimo reboot per il progetto. Assolutamente prescindibile invece, per quanto godibile, per tutti gli altri.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette