Recensioni

7.6

A viverla in tempo reale, la nascita dei C.S.I. – acronimo per Consorzio Suonatori Indipendenti – sembrò una specie di boutade, persino un po’ forzata. Adeguare il nome a quello di una confederazione di stati sembrò il sintomo inequivocabile di una band schiava di una ragion d’essere in via d’estinzione. Ma era una sensazione sbagliata. Anzi: in quel cambio di nome c’era molto della visione artistica di Ferretti, Zamboni e compagni, per i quali la musica è frutto della percezione critica del mondo. E’ dire “io” in questo preciso frangente storico, a questo incrocio di coordinate. Anche il nome quindi è – deve essere – una conseguenza. Che andava a suggellare lo scarto espressivo ed esistenziale. Certo, l’ultimo atto dei CCCP era già una transizione in corso, un trauma consumato sul sestante impazzito del Muro appena crollato.

L’organico sì arricchito ma anche stravolto dall’ingresso di tre transfughi Litfiba (Maroccolo, Magnelli e De Palma) nonché dal di loro tecnico del suono, il “chitarrista senziente” Giorgio Canali. Personalità troppo forti perché il baricentro rimanesse stabile, e infatti Epica Etica Etnica Pathos (1990) fu un epitaffio spettacolare ma discontinuo, schizofrenico e amaro. Tre anni più tardi la nuova entità sentì il bisogno di ripartire piantando radici in un non-luogo, via dall’Emilia (ex) paranoica e dalle restrizioni prospettiche italiane: le incisioni avvennero a Le Prajou, un maniero sito in Finistère, Bretagna, nell’estate del 1993. Fu una scelta azzeccata, così come il titolo prescelto, anch’esso impegnato a giocare coi depistaggi evocativi: Ko de mondo, trascrizione “creativa” di Codemondo, ovvero un paesino di 1500 anime tra Cavriago e Reggio Emilia, nome derivato – pensate un po’ – dal latino “caput mundi”. C’è l’ironia bonaria di un nome velleitario, ma soprattutto c’è la sconfitta – ko – del mondo nel momento stesso in cui ritiene di aver raggiunto l’apice.

Tutto questa cornucopia di premesse per un disco che ambiva raccogliere il frutto delle esperienze passate per scrivere il primo capitolo di una vicenda destinata a rimanere. E, al netto di alcuni difetti, ci riuscì. Ferretti scrisse testi che indagavano il presente sotto una luce di strana, imponderabile immanenza – Fuochi nella notte (di San Giovanni), Memorie di una testa tagliata, In viaggio, Del mondo… – trasformandosi così da vaticinatore freak-punk in coscienza ieratica e terrigna (vedi il “chi è stato è stato, e chi è stato non è” che apre e chiude il programma), non mancando di mettere alla berlina l’immaginario distorto dell’occidente (Celluloide, Home Sweet Home). Alto il peso specifico di ogni verso, cantato con la solennità monotona e risoluta dell’anacoreta ascendente guru, sebbene si riservasse di puntualizzare “non fare di me un idolo/ mi brucerò“.

Zamboni, Magnelli e Maroccolo architettarono suoni che filavano le scosse punk nelle trame art-wave (A tratti), sublimavano le tentazioni melodiche (Intimisto), azzardavano siparietti sognanti (Le Lune De Parjou, ospite alla voce Ginevra Di Marco) e tessiture funky minimali (Palpitazione tenue), mollando ogni tanto gli ormeggi elettrici a ricordare le origini scellerate (Finistére). Va detto che i risultati non sempre sono all’altezza delle intenzioni, il gusto residuo per la marachella post-punk e qualche concessione arty di troppo determinano alcune scelte d’arrangiamento dal retrogusto artificioso, che spandono un senso di incongruità rispetto al nuovo corso. Ma già il live In quiete, inciso nel giugno del ’94 in formato unplugged, testimonierà la definitiva svolta verso una dimensione più grave, preludio al capolavoro Linea gotica del 1996.

Quello dei CSI sarà un percorso disallineato e peculiare, alieno per la volontà di cogliere i moti e le vibrazioni profonde del proprio tempo, seminale per il retaggio sonico che avrebbe condotto fino alla contundente pienezza del clamoroso canto del cigno Tabula Rasa Elettrificata. Una lezione cui guarderà senz’altro tutto il rock italiano ruggente dei 90’s, in particolare i Marlene Kuntz al debutto con Catartica nel 1994 per i tipi dell’etichetta fondata dagli stessi C.S.I., la Consorzio Produttori Indipendenti. Di questa vicenda Ko de mondo non è che il primo, fondamentale ma imperfetto capitolo, i cui meriti vanno oltre quel pugno di pezzi assurti alla dimensione di classici: è la testimonianza di un azzardo formidabile, quello di una punk band che volle guardare negli occhi la Storia.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette