Recensioni

Secondo capitolo su lunga distanza nella giovane discografia del newyorkese Sean Ragon, dopo l’esordio A Stick To Bind, A Seed To Grow su Dais di due anni fa esatti. Per sancire l’entrata nell’ormai sconfinato roster Sacred Bones, l’organico si allarga a quattro elementi fissi, col fondatore sempre dietro a microfono e chitarra acustica, coadiuvato ora da sezione ritmica e violino.
Come già si paventava da alcuni episodi del mini Filthy Plumage In An Open Sea! il gruppo di Brooklyn si lascia quasi interamente alla spalle i toni angusti del classico folk-apocalittico (fa eccezione la sola Lorelei), e sterza vigorosamente verso polverose terre di frontiera western (è un caso che il pezzo che apre Cult Of Youth si chiami New West?). Niente più ballate brown&grey alla Death In June, ma un nuovo sound tribale e guerriero, assai più prossimo a David Eugene Edwards che a Douglas Pearce, che alterna il country irruento di Monsters alla seraficità crepuscolare di Waery passando per paesaggi lunari come l’immagine di copertina (The Lamb) e le coralità solenni di The Pole-Star.
E se le nuove versioni di Cold Black Earth e Lace Up Your Boots non rendono pienamente giustizia alla rabbia degli originali, è proprio per il significativo cambiamento di rotta apportato. Bisogna guardare avanti.
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