• gen
    05
    2018

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Sarebbe facile liquidarla come una trashata o come un puro e semplice divertissement un po’ sopra le righe. Invece Cupcakke merita di essere presa seriamente in considerazione, e sebbene sia in giro da tempo, ora con questo Ephorize rischia davvero di esplodere definitivamente. Il personaggio è parossistico ed esasperato: abbiamo una ragazza afroamericana abbastanza in carne, truccatissima (e con i colori più improbabili) e con un gusto nel vestire che non è proprio il più sobrio del mondo; una che nei suoi buoni propositi per il 2017 aveva incluso “succhiare 2017 cazzi” e che nel video di Doggy Style sballonzola le chiappe, abbaia, ansima, lecca ossi per cani, balla in topless e si spalma ciambelle addosso. Limitandosi alle apparenze, sembra quasi di avere davanti un Giuseppe Simone/Truce Baldazzi al femminile, non che sia necessariamente un male ma ecco, da qui a prendere 8 e passa su Pitchfork con tanto di etichetta BNM ce ne vuole.

Ecco però che andando oltre al disagio iniziale e lo sbandierato amore per il cazzo, si scopre che la ragazza è una rapper fenomenale, con un flow serratissimo che le permette virtuosismi raggiungibili da pochi. Ma oltre alla tecnica, la riflessione a cui una sessualità così provocatoriamente esibita può portare – soprattutto in seno al mondo hip hop – è molto meno semplicistica della facile equazione ragazza che parla di sesso = novità. Cupcakke è una ragazza nera con evidenti problemi di peso, che prende il suo fisico disfatto e te lo sbatte in faccia, esibendolo come un motivo di vanto. Manda a cagare gli hater facendosi una risata, ti strizza l’occhiolino e ti dice questa sono io: sono nera, sono grassa, sono una maschera trash di paillette e lustrini, arcobaleni e dildi colorati, e va benissimo così. Questa sono io e mi piaccio, lo urlo al mondo e mi piace farlo.

I testi non si limitano alla semplice esaltazione sessuale, ma capita anche che spazino su temi impegnati(vi) come la pedofilia (Pedophile) o l’autostima femminile in relazione al proprio corpo (Biggie Smalls). C’è poi una raffinata capacità di scrittura che emerge dai continui esercizi retorici, dagli intricati schemi rimici, dagli eleganti giochi di allusioni giocando su assonanze e consonanze. Sembra poi che la ragazza si mangi letteralmente il beat (e non solo quello, ah ah), con un flow che rispetto alle uscite precedenti ha acquistato ulteriormente solidità e sicurezza. Anche musicalmente la palette è ampia e variegata, e nel complesso in Ephorize c’è di tutto: dalla drill (Cartoons) al coinvolgente anthem per la comunità LGBT in salsa dancehall/reggaeton (Cranyons), dalla frecciata all’ex di turno su base house (Exit) alle solite ma sempre gustose sbragate sul sesso (vedi Spoiled Milk Titties o Duck Duck Goose, nel cui video si prende a “dildate” la statua della libertà).

Difficile che sfondi del tutto (in ogni senso) anche a un livello più mainstream: il pedale è spinto troppo a fondo, e una che rappa «my cakes got fatter by usin’ cum as the batter» o che riesce a dire «pussy» 10 volte in una sola strofa, è duro (ah ah) che possa andare in heavy rotation da qualche parte. Ma la ragazza spacca e il disco potrà fare la sua porca (eh eh) figura anche in qualche classifica di fine anno.

22 Gennaio 2018
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