Recensioni

Bisogna proprio dirlo: ci mancavano i Cut, senza dubbio uno dei punti fermi dell’indie rock italiano dell’ultima decade, i quali hanno marchiato a ferro e fuoco quella scena, insieme all’etichetta fondata nel ’97 – e valorosamente condotta sino a pochi mesi fa – dai suoi stessi musicisti. Quella GammaPop che tanto ha contribuito alla crescita dell’underground nostrano e allo sdoganamento di modi di intendere e fare musica, estranei a provincialismi di sorta e più congruenti a una mentalità internazionale.
Avevamo lasciato i Cut circa tre anni fa con un album – Bare Bones – che vedeva la presenza di Cristina Negrini, in veste di talentuosa guest vocalist dal carisma indiscusso; li ritroviamo oggi ridotti a un power trio atipico(due chitarre e batteria), che oltre a dimostrare di non aver perso lo smalto dei bei tempi, mette a segno il suo miglior colpo.
Primo parto del nuovo matrimonio con la Homesleep dopo la chiusura dei battenti di GammaPop, A Different Beat è punk’n’roll nudo e crudo come non se ne sentiva da tempo, elettricità urticante che scorre sul filo di riff al vetriolo, refrain che ti prendono e non ti “mollano” più, e accelerazioni da capogiro. Il battito dei Cut non perde un colpo nei trentacinque minuti scarsi che occupano le tredici tracce del disco, animate da una varietà stilistica che mette in luce una padronanza tecnica, affrancata dalla necessità di virtuosismi, e un’assimilazione intelligente dei modelli ispirativi, mai citati pedissequamente ma sempre piegati al servizio di un suono teso anzitutto a comunicare urgenza espressiva e abbattimento di ogni barriera tra band e ascoltatore. Esattamente come testimoniano i live: la dimensione più adatta all’esuberante personalità dei Cut, che A Different Beat finalmente cattura in tutta la sua forza deflagrante, grazie anche al contributo – in sala d’incisione – di Bruno Germano dei Settlefish e Andrea Rovacchi dei Julie’s Haircut.
Agli esterofili oltranzisti si dovrebbe chiedere quanti dischi possono oggi vantare un’apertura così appuntita e incisiva come quella della doppietta iniziale Go Bang! – A Different Beat, blues’n’roll tesi e nervosi giocati su una dinamica fatta di stacchi e ripartenze. Se la title track ha uno dei refrain più “appiccicosi” che si siano sentiti ultimamente, un brano come Sweet Words, non è da meno nel suo strizzar l’occhio a un punk-funk abrasivo in stile Moving Units, immaginiamo inconsapevole, dato che la band bolognese nella sua decennale carriera non si è mai piegata a nessun “trend del momento”.
L’anima sfaccettata dei Cut viene fuori in composizioni stilisticamente onnivore come Goth Disco, che si nutre di frutti wave e psycho-garage (un omagggio ai Modern Lovers?), Straight From The Retting Ground, rock blues doorsiano “on the road”, e soprattutto nell’ultima traccia: l’altalena rituale di Nightride, voodoobilly della bassa padana dedicato alla buon (?) anima di Jeffrey Lee Pierce che – da sola – varrebbe l’acquisto del disco.
Se con Bare Bones si erano (ri)fatti le ossa, stavolta i Cut hanno messo le ali.
Amazon
