• mag
    21
    2013

Album

Columbia Records

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Che dire? Anche noi ci siamo felicemente piegati a questo rito dell’ascolto unico e blindato tra le mura della casa discografica davanti al macguffin daftpunkiano – la valigetta-scrigno color arancio con tanto di lucchetto e codice segreto – in una atmosfera che sulle prime sarà stata anche un po’ da spionaggio (e un po’ da cartoon) ma che quando siamo arrivati noi era già ampiamente prosaicamente – divertitamente – profanata: abbiamo ascoltato la musica, il giorno della morte di Andreotti, in una piovosissima Milano, con un vicino di scrivania che batteva il piede a tempo davanti al suo pranzo a base di bresaola, sgombro e cracker integrali.

Che dire che non sia stato detto di questo disco subito mitologicizzato e subito issato a totem polemico? Facciamo il punto. I teaser saccheggiati e rimontati dai fan per creare credibilissimi fake leak (su tutti, quello di Fabio Nirta). Il singolo tormentone istantaneo sbancatutto. Le interviste ai collab che parlano dell’incontro coi due robot con toni messianici (giustamente presi per il culo da qualcuno). Ma sopra e prima di tutto, il ritorno del più importante act dance & pop degli ultimi anni dopo anni di assenza: i Daft Punk, gli sdoganatori, i moltiplicatori di pani e di pesci, i condensatori di immaginario. Tutti ingredienti questi che annunciavano un disco schiacciato dalle attese (che fanno rima con delusione), dall’hype, dall’entusiasmo o dal rigetto a prescindere. Dal contesto insomma. E invece diciamo subito: dei tanti miracoli possibili – ma improbabili, tipo una palingenesi dei nostri – questo disco compie almeno quello di non restare schiacciato dalla sua storia esterna ed essere degno oggetto di discorso di per sé. Diciamo subito: non è il disco della vita, non è la cartina al tornasole dell’oggi (se non nella misura in cui è uno dei manifesti possibili del vintagismo e della retromania, nostra seconda pelle ormai) o del domani (se non nella misura in cui l’elettronica cercherà – forse – di essere sempre più suonata e live, anche se non nel senso modernista che abbiamo sondato altrove), ma è un buon disco, un disco colorato, che funziona e diverte, che spesso è avvincente e altre volte – come dire – è sicuramente un po’ retorico e ostentativo, fin troppo ricco. Ovviamente suonato da dio. Ma soprattutto, è un disco inzuppato di un amore per i propri amori che è tanto furbo quanto sincero, tanto coerente concept studiato a tavolino – per andare oltre il presente bisogna ciclicamente ritornare alle radici – quanto genuina ossessione adolescenziale. Certo, di due adolescenti non più adolescenti ma sempre adolescenti che possono permettersi come giocattoli lo studio di Jimi Hendrix, l’expertise di Nile Rodgers e l’appeal di Pharrell.

Thomas e Guy-Manuel tributano ancora una volta i propri miti, fanno ancora una volta i compiti a casa, studiano i grandi per scoprire cos’è che fa ancora battere il cuore e girare il mondo, si mettono davanti alle loro Gioconde e copiano come sanno (qualcuno ha portato agli estremi questa idea, parlando di praticamente-cover), solo che stavolta invece di mimare ed evocare (campionare e stilizzare), i miti li convocano proprio fisicamente (la confessione di Moroder, l’elegante cameo di Paul Williams). È un ritorno al corpo umano, il loro sogno di sempre, di Daft come moderni pinocchi. Che giocano, con questa loro memoria operativa, con quello di cui mito e trasfigurazione si nutrono da sempre: l’immaginario. Sono i Daft che conosciamo, non c’è un’evoluzione, un cambiamento profondo, solo una declinazione nuova di quello che sono e fanno.

Il disco allora è esattamente come ce lo immaginavamo incrociando gli indizi a nostra disposizione, e cioè Get Luckye tutta la mitogenesi di contorno di cui sopra (che va presa per quel che è: marketing fatto bene), retorica anti-laptop compresa (la già-vivisezione di Wiki ce la siamo invece risparmiata). RAM è un caleidoscopio di riferimenti, citazioni e calchi, un sottofondo di lusso nell’epoca dell’ascolto intelligente della Muzak, una dance analogica e orchestrale. È suonato, caldo, corposo, i Daft avevano voglia di suonare, di jammare (e di spendere soldoni nel farlo), e si sente. Ha i piedi nella disco, nel funky, nel West Coast sound tutto miele e vento tra i capelli di Fleetwood Mac e Eagles (con tanto di pedal steel). È lineare, ma stratificato, progressivo e audiofilo, come un Dark Side of the Moon (è il loro Dark Side of the MoonAlan Parsons incluso). È architettonico e certosino, come il fusion pop degli Steely Dan. Ha gli occhi puntati a un’idea di spazio e di futuro che fu, dove avanguardia fa rima con artigianato (synth, Moroder, colonne sonore Sci-Fi).

Per il track by track, ormai di rito, rimandiamo ad altra sede. Qui ci tenevamo a dire la nostra: non è il disco dell’anno, non è una furbata da capricciosi ricconi. Ma in medio stat divertimento.

12 maggio 2013
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