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Dopo soli quattro film e un Oscar conquistato meritatamente, possiamo affermare che Damien Chazelle è un regista che non ha paura delle altezze e che l’ambizione, sviscerata attraverso diversi generi e racconti, è il suo argomento più caro, discusso, forse temuto vista la giovane età e il talento cristallino. Di fatto il suo cinema abbonda di personaggi che gli somigliano, tormentati dalla loro stessa singolarità, a disagio tra la folla, spesso asociali (come in Whiplash) o destinati a sacrificare in nome della propria ambizione gli affetti (Mia e Sebastian in La La Land). Tuttavia, dietro la loro evidenza aliena si scoprono esseri umani più vicini alla normalità di quanto pensiamo, persone comuni capitate in mondi straordinari che Chazelle ama riprendere lungo estenuanti prove di vita e numerosi tentativi, molto spesso, fallimentari.

È da un grande dolore che Neil Armstrong, l’astronauta che per primo mise piede sulla Luna nel 1969, trova la ragione per compiere l’impresa puntando in cima, oltre lo spazio inesplorato della sua profonda intimità: ecco allora che l’ambizione, motivo ricorrente ma mai declinato in maniera ripetitiva, diventa in First Man la cura di un percorso e non un contraddittorio spingersi al limite (vedi il batterista jazz di Whiplash) o l’impedimento di una felice storia d’amore (il finale amaro di La La Land). Sono consapevolezze a cui si giunge nel tempo e che lanciano il regista in una dimensione più matura, di certo sulla buona strada per proiettarsi come uno dei migliori storyteller cinematografici della generazione successiva a Steven Spielberg (che qui figura tra i produttori).

Il film è straordinario sotto vari aspetti, già per il significato intrinseco del titolo “Il Primo Uomo” – che riprende il nome della biografia dalla quale è tratto: un senso numerico delle “prime volte” affrontate dal protagonista, dall’allunaggio alla perdita di una figlia, all’interpretazione, se vogliamo, biblica di un uomo che attraversa ogni stadio della conoscenza e con lui l’umanità intera circoscritta al pubblico della sala, e aggregata dal sentimento condiviso di una successione di eventi che scuotono per la vicinanza alla realtà e spiazzano per le modalità di messa in scena. Insomma, Chazelle sa perfettamente come restituire per immagini l’emozione dello sbarco sulla Luna tradendo lo stile impersonale dei biopic hollywoodiani e trovando una chiave di lettura che ne consolida l’originalità, la visione “futuristica”, l’approccio giovane e pulito. Come quella brezza marina che porta profumi e sale negli occhi, di cinema rinnovato e lacrime in abbondanza.

30 Agosto 2018
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