Recensioni

A volte una chitarra acustica fa più male di un’intera band che suona. Ed è troppo facile parlare di questo terzo album di Damien Rice collegandolo alla rottura del suo legame affettivo con Lisa Hannigan, l’urgenza di rinchiudersi in sé stesso e la scomparsa dalle scene poco dopo l’uscita di 9. Ma la realtà è che anche questo entra di prepotenza nel portato emotivo di un disco che si avvicina al capolavoro personale per onestà, scrittura e per come si veste alle orecchie dell’ascoltatore. My Favourite Faded Fantasy, in uscita il 10 novembre per Warner e co-prodotto assieme Rick Rubin, suona urgente, onesto e lancinante: come appunto una fantasia a cui ci si aggrappa e che resta lì chiusa nella mente a sbiadire.
Cinquantuno minuti, otto canzoni per otto anni di assenza dalle scene. Una per ogni primavera lasciatasi alla spalle con una consapevolezza in più. La drammaticità della title track, così liquida nelle atmosfere eppure così densa nei contenuti, la successiva It Takes A Lot To Know A Man, che in nove minuti orchestrali prova a farci ri-conoscere il cantautore irlandese che si era accartocciato su sé stesso negli anni ritirandosi quasi a vita privata in Islanda: da subito si percepisce la sensazione di trovarsi davanti qualcuno pienamente consapevole di essere sopravvissuto e di aver partorito la sua opera migliore.
E se The Greatest Bastard, candidandosi ad essere il miglior brano dell’album, scuote le viscere con la sua sincera confessione nei confronti di qualcuno che possiamo intuire (“sono il più grande bastardo che tu abbia mai conosciuto? L’unico che tu abbia lasciato andare? Non ho mai voluto deluderti“) e il singolo I Don’t Want To Change You potrebbe essere la prossima perfetta folk ballad per le radio, c’è da dire che la cifra di questo album sta probabilmente nel passaggio: da giovane trentenne ad adulto quarantenne che inizia a fare i conti con il suo vissuto. Riuscendo forse a venirne a capo. Damien Rice non è cambiato come cantautore ma come persona, e le carezze acustiche di un brano come Colour Me In lo confermano strappando gli applausi con un crescendo orchestrale che mozza letteralmente il fiato.
Considerando la questione da un punto di vista artistico, la dipartita della Hannigan e il contributo di gente come Marketa Irglova, Alex Somers (collaboratore e compagno di Jónsi dei Sigur Rós) e soprattutto Rick Rubin avrebbe potuto spostare il baricentro dell’estetica di Rice: eppure il risultato è quello di riconsegnare un artista ispiratissimo che nel suo lungo, lunghissimo, break ha messo tutta la vita, traducendola in parole e suoni. Brani come Trusty And True o la finale Long Long Way (in delicato odore Sigur Rós) sono un perfetto emblema del suo percorso artistico, con la lirica epicità dei climax nel finale. Il tre è il numero perfetto e Damien Rice centra con la sua fantasia preferita la migliore delle sue opere: quella che non sbiadisce.
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