Recensioni

6.7

Della frenesia creativa di Damon abbiamo detto e ridetto. Teniamoci sull'essenziale. Dr Dee  (è di qualche giorno fa lo streaming integrale) è l'album ricavato dall'omonima opera lirica che Albarn ha composto su commissione del Manchester International Festival (con il quale collabora regolarmente dal 2006), affidato alla direzione di Rufus Norris e portato su palco nel luglio dello scorso anno.

Damon inizialmente voleva realizzare un'opera sui supereoi e assieme al sodale Gorillaz Jamie Hewlett aveva contattato il guru assoluto Alan Moore. Che aveva accettato, ma non senza rigirare la frittata suggerendo come argomento, a lui assai più gradito, la "rockstar" dell'occultismo inglese del Seicento John Dee, personaggio affascinante, studiatissimo, ma ancora oggi molto misterioso, matematico, astronomo, alchimista, consigliere della regina Elisabetta I.

Alla fine la collaborazione è andata a gambe all'aria, a causa di quei tiraemolla e di quei misunderstanding che solo tra prime donne – Damon in pratica aveva promesso dei contributi per la fanzine di Moore Dodgem Logic, mai realizzati – e Moore (comunque accreditato come "fonte ispiratrice") ha pubblicato il libretto che aveva scritto per l'opera sul magazine Strange Attractor. Damon ha fatto quindi tutto da sé, con quel gusto per l'avventura e il sincretismo che lo guidano fin dalle ultime propaggini dell'avventura Blur

In Dr Dee si mescolano allora strumentazione d'epoca (viola da gamba, liuto, vari strumenti a fiato), da orchestra classica (con la BBC Philarmonic) e africana (la kora, una specie di incrocio tra un liuto e un'arpa; e le percussioni, ovviamente con Tony Allen); Damon suona la chitarra e l'harmonium, il cui suono è la dominante di tutto il disco, e canta su qualcuna delle canzoni, terzo polo vocale con il sospeso e spesso Bjorkiano soprano Anna Dennis (la moglie di Dee, Katherine) e il solenne e sinistro basso Christopher Robson (Edward Kelley, altro occultista dell'epoca, alter ego storico di Dee), entrambi bravissimi.

Albarn ci sa fare, lo sappiamo, e riesce a ricavare da una materia potenzialmente anche tetra (che sulle prime evoca scenari oscuri e sibillini alla Third Ear Band o il camerismo docile ma disturbante di un John Zorn) un'opera di "folk pop pastorale", agrodolce, a tratti anche crepuscolare (nella descrizione della caduta di Dee), ma tutto sommato leggera e piacevole, atmosferica, i cui momenti più intensi, una manciata almeno, riescono a non fare sentire troppo il cliché, perfettamente declinato, che comunque vi si maschera dietro.

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