Recensioni

7.5

Come appassionato di musica rock sono “nato” poco prima della diffusione del CD. I mezzi erano quelli che erano, perciò mi costruivo quel minimo di cultura musicale a forza di cassette registrate dai vinili degli amici e – soprattutto – da quelli dei fratelli maggiori degli amici (sempre siano lodati). Con questo intendo dire che la mia educazione auditiva è stata generosamente intrisa di rumore: fruscii, scricchiolii, cigolii, addirittura rari ma segnanti salti della puntina che ti facevano perdere quel paio di battiti, ma che col tempo diventavano parte integranti dell’esperienza, del suono. Quindi sono stato investito in pieno dalla “rivoluzione digitale”, ovvero dal CD con la sua straordinaria pulizia sonora. Ovviamente mi sono beccato anche le relative diatribe tra estimatori e detrattori del nuovo supporto, innescate dalla teoria che il vecchio suono analogico e scricchiolante del vinile contenesse “frequenze” che andavano perdute nella digitalizzazione, e in ragione di ciò fosse “più caldo”, più “vivo”. Con gli mp3 prima e con lo streaming poi la questione avrebbe assunto aspetto ben più complessi, ma per il momento fermiamoci qui e facciamo entrare in gioco questo libro.

L’autore, Damon Krukowski, è stato il batterista dei notevoli shoegazer Galaxie 500 ed è tutt’ora al timone – in ruolo di vocalist e polistrumentista – del duo Damon & Naomi (del quale in verità è un pezzo che non sappiamo nulla). Frattanto, Damon ha collaborato come critico per testate quali The Wire e Pitchfork, oltre ad aver insegnato musica e scrittura all’Università di Harvard. Ha debuttato quindi nel 2017 come saggista con The New Analog: Listening and Reconnecting in a Digital World, accolto molto bene dalla stampa specializzata (in faccende musicali, tecnologiche e non solo) e oggi finalmente vede la luce anche da noi (un grazie di cuore a Sur da tutti quanti noi anglofobi). Col titolo italiano – Ascoltare il rumore. La riscoperta dell’analogico nell’era della musica digitale – va perduto forse un po’ dello sguardo omnicomprensivo dell’originale, ma tutto sommato fa capire bene dove si va a parare: Krukowski individua nell’eliminazione del rumore dalla musica digitale – ridotta così a puro segnale – il simbolo e assieme la causa dell’impoverimento del “semplice” ascoltare e più in generale del vivere, del concepirsi parte del mondo, nel mondo.

Muovendo da ambiti psicoacustici, citando immancabilmente il John Cage che stabilisce l’impossibilità del silenzio laddove c’è vita (il celebre esperimento della camera anecoica), Krukowski amplia il discorso alla percezione dello spazio (tirando in ballo i dispositivi GPS e la stessa comunicazione telefonica digitale), al rapporto tra presenza e assenza, alla “loudness war” come figliastra di un suono amplificabile a dismisura (proprio per l’assenza del “disturbante” rumore) e all’inevitabile appiattimento delle dinamiche che ne deriva, finendo quindi per affondare la lama nella vaporizzazione definitiva dei supporti introdotta dallo streaming che assieme alle indubbie comodità determina una perdita di informazione decisiva, una decontestualizzazione massiccia che toglie senso a ciò che ascoltiamo e all’atto stesso di ascoltare rispetto alla sua versione analogica.

Krukowski è molto bravo a raccontarci tutto questo ricorrendo alla sua esperienza di musicista (molto interessanti anche le parti dedicate alle metodologie di registrazione) e a un humour che diresti quasi british (lui vive a a Cambridge, sì, ma nel Massachusetts), riuscendo a sembrare divertente anche quando temi e tesi si fanno complessi e sottili. Soprattutto, le sue argomentazioni sono credibili anche nei passaggi più audaci, a parte forse quando tenta di applicare la teoria “rumore vs. segnale” anche al mondo (universo) dei social network, dove le componenti in gioco sono troppe e troppo intricate. In ogni caso, da questo libro ho avuto molte risposte alle troppe domande che un appassionato rock di mezza età è solito farsi. Domande del tipo: cos’è quel moto d’affetto che sento quando mi ricordo di spolverare il mio giradischi? Cos’è quel senso di colpa neanche troppo sottile ogni volta che ricevo la notifica di avvenuto rinnovo dell’abbonamento al mio music provider? E ancora: perché le telefonate ai tempi del “buon vecchio servizio telefonico” allungavano la vita e oggi mi procurano un senso di vuoto pneumatico? E infine: perché il mondo visto da un navigatore somiglia a un viaggio che non farò mai davvero?

Voti
Amazon

Le più lette