Recensioni

La formula Black Keys – tanto collaudata quanto efficace, ma invero un po’ ripetitiva – probabilmente iniziava a stare stretta al caro Dan Auerbach, al cui estro solistico ha quindi giustamente pensato di concedere un po’ di spazio. Debutta quindi in solitario con questo buon Keep It Hid, fedele al verbo dei Keys coi contorni lasciati però sfumare, così come la direzione delle parabole espressive, che si rannicchiano tra folk ballad acidule e si spampanano tra svaporate psych, ora tirando per la giacca i fantasmi del blues col ghigno elettrico (I Want Some More), salvo poi grattare la pancia alle fatamorgane della nostalgia fifties.
La calligrafia è diretta come da copione (arrangiamenti essenziali, col piccolo aiuto di pochi amici), prevedibile come da rituale, credibile perché convinta fino al midollo di fare quel che fa, ragion per cui piuttosto che lasciar prevalere l’effetto sferzante ma catchy alla maniera di certi White Stripes, lo senti vicino al piglio roccioso d’un Lanegan (Street Walkin, The Prowl, la quasi waitsiana title track), anche per la tenerezza (Whispered Worlds, canzone scritta dal padre) e l’obliquità (When I Left The Room) con cui rimastica certe situazioni Gun Club.
Certo che quando Dan spinge sul pedale del white soul (come una Real Desire che è quasi i Creedence di Long As i Can See The Light) o della ballata carezzevole (una When The Night Comes cantata assieme a Jessica Lea Mayfield) il discorso cambia, per non dire di quando si disimpegna sbrigliato e lirico rammentando il Devendra Banahrt ultima versione (My Last Mistake) e quello delle reminiscenze arcaiche (Goin’ Home). Come dire, siamo chiaramente in presenza di un autore versatile e versato in quella che per semplificare chiameremo Americana, come già chiarisce in apertura quella Trouble Weighs A Ton che non sfigurerebbe nel repertorio d’un Will Oldham, così per dire. Non un disco sorprendente, ma comunque una bella sorpresa.
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