• mar
    01
    2010

Album

Hazelwood

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Il percorso è coerente. Prima un disco come Is And Always Was in cui aggiornare le cassettine giovanili con un pop-rock adulto e rotondo, poi la big band di turno, a sondare un inedito classicismo orchestrale che vorrebbe forse richiamare – nei sogni, più che nelle intenzioni – il Let It Be degli amati Beatles. Il Phil Spector della situazione diventa Bart van Dongen – leader del collettivo olandese BEAM -, abile manipolatore di un tessuto orchestrale fatto di contrabbassi, percussioni, sax, violini, violoncelli e tromboni. Quest’ultimo ideale spartiacque con il passato sotterraneo sempre più lontano dell’artista americano.

Tutto nella norma, a vederci chiaro. Il problema è che l’arrangiamento classico che spopola in Beam Me Up! brutalizza Johnston e lo obbliga a una disciplina che non gli appartiene. O meglio, che non appartiene a una voce come la sua, sgrammaticata e pasolinianamente neorealista, sgraziata e incapace di irregimentarsi, oltre che completamente inadatta all’intensità emotiva da crooner in smoking che le si richiede. Un elefante in un negozio di cristallo tediato dal Sondre Lerche primaverile di Try To Love, sballottato dalla Shirley Bassey di Must, schernito dagli elefanti effervescenti di Wicked World. Strumenti e cantato viaggiano paralleli senza incontrarsi quasi mai, se non nell’iniziale Syrup Of Tears, nella splendida True Love Will Find You In The End, in Walking The Cow e nella bandistica Devil Town. Guarda a caso gli unici episodi in cui l’orchestra si fa parzialmente da parte o opta saggiamente per il sincopato proprio del rock.

Alla fine non ci si scandalizza più di tanto per il risultato finale – e pazienza se qualcuno si sperticherà in elogi fuori luogo – ma certo è che con Beam Me Up! ci si trova di fronte al primo disco in cui l’estrema sincerità artistica del personaggio Johnston non riesce a colmare del tutto il divario con il linguaggio musicale scelto per veicolarla.

24 maggio 2010
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