• ott
    01
    2009

Album

Feraltone

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Fin troppo facile trovare per questo nuovo album di Daniel Johnston un referente diretto in Fear Yourself. Nel senso che come colà, si affida una cifra stilistica efficacemente sbilenca e unica nel suo genere a un produttore. A un elemento esterno convocato a colorare la scrittura e le visioni dell’Uomo e nello specifico si tratta di Jason Falkner, già dietro il banco con Beck, Air e Paul McCartney. Una notizia da indurre il sospetto che si voglia snaturare Johnston per – viene da ridere al solo pensiero – renderlo accettabile a un più ampio pubblico. Tranquilli: nulla di tutto ciò in Is And Always Was, nel senso che (come accadeva col competente discepolo Mark Linkous e, ancora prima, con quel Fun cui presiedeva Paul Leary dei Butthole Surfers) la splendida calligrafia del Nostro emerge anche lavorando in eccesso o difetto sulla “fedeltà” sonora. Falkner, come da relativo curriculum, espande tutto in technicolor e tuttavia scavando da archeologo per portare alla luce l’anima popedelica del texano. Quel che fa di Daniel un Genio è – oltre all’umanità profonda e alla penna sublime – la capacità miracolosa di vivere al contempo dentro e fuori da sé e dalla sua musica. L’affascinare proprio in virtù di una perenne oscillazione che qui non va perduta.

La questione è semmai che dopo un’ottima partenza il disco un po’ finisce per afflosciarsi compositivamente. Mind Movies è un traslucido capolavoro barrettiano e Fake Records Of Rock And Roll un boogie apparentemente scolastico, viceversa pugnalata al vetriolo che consegna Neil Young al glam; Queenie The Doggie scorre da tenerissima filastrocca bubblegum country e High Horse come sontuoso pop anni ’70. Un poker da maestro, insomma, con l’unico difetto di oscurare la vacua cavalcata Without You e la malinconia all’ingrosso di Tears, di far apparire le brevi I Had Lost My Mind (i Grandaddy dei bei tempi) e Freedom (come sopra: aggiungete un’oncia di Frank Black) meno pregiate di quanto siano. Quando poi la title-track e Lost In My Infinite Memory chiamano a testimoniare rispettivamente gli ultimi Guided By Voices e il collettivo Elephant 6, il giudizio si blocca a mezz’aria e le carte sparse sulla tavola si confondono vieppiù.

Ciò nonostante, i Flaming Lips maturi però minimalisti – se vi pare, gli Air sul serio floydiani – dipinti dalla conclusiva Light Of Day persuadono che, come recita il titolo, Johnston “è e sempre fu”. Un songwriter immenso, vale a dire, che rende migliore questo scriteriato mondo. A prescindere da chi siede al di là del vetro, ovviamente.

15 ottobre 2009
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