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“Perché col tempo cambia tutto, lo sai, e cambiamo anche noi…” Vasco Rossi, Anima Fragile

Nelle parole e nella voce traballante di uno dei migliori Vasco Rossi di sempre sta tutto il nuovo meraviglioso film di Daniele Luchetti, La nostra vita. Unico film italiano in competizione a Cannes dove Elio Germano, il protagonista Claudio, ha meritato la Palma d’Oro come migliore attore in ex aequo con il divo spagnolo Javier Bardem, è stato applaudito accoratamente ed è nelle sale italiane dal 21 maggio.

Roma, periferia. Oggi. Claudio ed Elena vivono insieme ai loro due figli piccoli Samuel e Christian – forse senza H in onore del primogenito di Francesco Totti – e un terzo è in arrivo. Si chiamerà Vasco. Il parto, però, non va bene ed Elena, Isabella Ragonese, muore in sala operatoria. L’uomo deve sopravvivere al lutto ed essere un buon padre per i tre bambini nella realtà quotidiana delle ingiustizie, degli abusi e dell’ignoranza con la quale lui sceglie di accompagnarsi per rendere la vita dei suoi piccoli migliore. Decide lucidamente di dare loro quanto non hanno mai avuto fino a quel momento e di non far sentire loro la mancanza della madre.

Luchetti affresca l’Italia di oggi. Lo fa con vernici tutt’altro che tenui o naturali – come si potrebbe, poi?! – sceglie materiali caldi e olezzosi, spesso acidi ma veri e concreti, mai sfumati o vacui. La vicenda di Claudio è raccontata senza pietà, con la macchina da presa che accoglie quanto accade quasi ponendosi come lo sguardo di un quinto figlio, il quarto sarà il romeno Andrei, Marius Ignat, legato a Claudio inevitabilmente. Testimone della ferrea volontà di un uomo di andare oltre comunque, questo sguardo non è mai giustificante o rassicurante, mai è una carezza per il protagonista al quale le cose vanno di male in peggio. Infatti, d’un tratto, ci si accorge che lo sguardo della macchina da presa è quello di Elena, partita ma mai andata via, giudice silenziosa di quanto accade. Era suo, infatti, il ruolo ferreo tra i due genitori della coppia, era lei quella che diceva sempre no a Samuel e Christian.

Solo alla fine, quando tutto ha trovato il suo esito, quando il male è stato chiuso fuori dalla porta, non vinto ma arginato, Claudio riapre la camera da letto della coppia chiusa dal giorno della morte di Elena. Si immerge nel talamo nuziale e nell’abbraccio dei suoi bambini, di quanto resta, di quanto vale ogni collusione, ogni tolleranza verso il male. Per aspera ad astra, si dirà. Quel letto pare il mare tanto mostrato nel film e raccontato dai titoli di coda. Pare il destino naturale delle cose, lo sciabordio inevitabile e sordo delle onde che tutto muta e se ne frega.

Lo spacciatore Ari, Luca Zingaretti, dice che su di loro uno tsunami e non un’onda si abbatterà se non pagheranno i creditori zingari; lo dice Vasco Rossi in Anima fragile, lo canta Claudio per due volte nel film, lo vivono tutti i protagonisti sulla loro pelle. Il mare, quel qualcuno che avrebbe deciso di portare via la mamma ai piccoli, come dice Claudio – lo si può accettare solo con una “barchetta di affetti”, con una “scialuppa di sentire comune”. Ed è lo stesso modo in cui la vita in questo paese può essere ancora affrontata. Lucchetti racconta la stagione di un riflusso mai finito, cosa realmente è accaduto dopo il ’68 e il ’77, alla fine dell’impegno civile. Di Pier Paolo Pasolini è il fantasma che aleggia qui prepotentemente.

Tutti gli attori del cast sono bravi: Raul Bova e Luca Zingaretti, Isabella Ragonese e Stefania Montorsi si prestano come perfette spalle a Elio Germano. Bravo più che in ogni suo altrove, il ventinovenne romano diventa Claudio, regalando una lezione di recitazione al Cinema Italiano. Ampi spazi d’improvvisazione in cui la macchina da presa figlio/moglie lo guarda e non può che tacere intimidita. Su tutti la sequenza del funerale durante la quale l’uomo canta l’inno alla vita dell’unico vero rocker italiano. Non ve n’è traccia in sceneggiatura ma è nata, dice l’attore, venuta dal nulla e non potuta trattenere. Premiato a sorpresa a Cannes, Luchetti e lui erano rientrati in Italia il giorno prima e sono stati richiamati all’ultimo in Francia, l’attore ha dedicato la vittoria all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere questo un paese migliore malgrado la sua classe dominante. Oltre la denuncia politica, importante e necessaria, Germano dà così le chiavi interpretative di questo film semplicemente bello e, soprattutto, sincero, come la vita di certi quartieri sempre meno realtà geografica limitata e sempre più stato mentale diffuso. Come pronosticava amaramente Pasolini ormai trent’anni fa, in un esempio di film neorealista oggi.

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