Recensioni

Dalla citazione della canzone omonima di Rino Gaetano prende il titolo il film di Luchetti, ispirato al romanzo Il Fasciocomunistadi Antonio Pennacchi (Mondadori, 2003), in cui si delineava un ritratto sociopolitico dell’Italia di provincia nel periodo inizi sessanta fine settanta. Film e libro hanno in comune il tono ironico e distaccato con cui guardano al ’68 e al mondo di quegli anni diviso – in modo inconciliabile – ideologicamente tra destra e sinistra.

Al regista e agli sceneggiatori Rulli e Petraglia in realtà interessa raccontare, attraverso il loro rapporto conflittuale/affettivo, il percorso emotivo e di formazione di due fratelli, cresciuti in una cittadina di provincia, la Latina/Littoria di natali fascisti, che prendono politicamente due strade opposte e i cui destini si incrociano nel corso degli anni.

Per cui scorre la vita politica del periodo vista attraverso le persone che la fanno, con tutte le contraddizioni del caso. Con un cast che punta sulla freschezza dei due protagonisti (a prevalere è Elio Germano sul pur efficace Scamarcio) e l’esperienza dei comprimari (da Angela Finocchiaro a Luca Zingaretti e Ascanio Celestini), il film prosegue il percorso del regista (dal Portaborse a La scuola) che incrocia vita e formazione sociale, politica e società con il consueto taglio critico e la predominanza dei sentimenti di truffautiana memoria.

Con scelte stilistiche decise, come il frequentissimo uso di camera a mano e molti primi piani che rafforzano la soggettività della narrazione, mai sopra le righe e fin dentro la quotidianità. Con toni documentaristici. E con qualche forzatura e bozzettismo in alcune caratterizzazioni (come per il nostalgico fascio di Zingaretti). L’ostinazione del fratello più piccolo Accio e il senso di esclusione subito e sentito lo porta a scelte contrastanti, in cui finirà per non riconoscersi più negli anni e per avvicinarsi dall’altra parte, proprio mentre il maggiore farà la sua drammatica scelta verso la lotta armata.

E si assisterà, nel finale del film, al conseguente ritorno al privato (che non sarà mai più politico), per Accio, con estrema franchezza.

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