Recensioni

6.5

Il doppio di Dargen D’Amico arriva direttamente dall’underground e senza problemi passa dalla strada alla major. L’uscita sulla lunghissima distanza (quasi non ci siamo abituati a lavori di questa lunghezza, noi italiani) che cosa ci dice dopo le sparate di Fabri Fibra? C’è ancora una possibile ‘verità’ o è tutto un falso? Su questo confine tra gioco di parole e storia vera, tra wit e narrazione post-neorealista si situa la carrellata di ‘quadri da un’esposizione milanese’ dell’ex featurer dei Club Dogo.

Il contraltare rap a Golia e Melchiorre ci presenta ricordi electrofunky anni 80 (Al meccano, Pubblicità), pezzi in linea con la scuola di produttori italo remix che campeggiano nei credits del primo disco: Crookers, Two Fingerz, Frankie Gaudesi (Tike Restoran), la nuova Limonare che è La banana frullata, cadute di stile per bambocci post-gangsta da suburbio milanese (Sul carro, Moderata crisi, Prima che) e poi qualche gioiello da brivido (Di vizi di virtù forma, Il rap per me). Quasi due ore di alti e bassi che potrebbero essere stati riassunti in una top hit di più facile ascolto. Dargen è la rivelazione in fieri per la canzone d’autore italiana. Una star che racconta l’ovvio e l’acredine disgustosa del quotidiano di periferia, un aedo di questi tempi marci. Uno che non può scartare l’imperfezione, perché nei rifiuti siamo ancora sommersi.

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