• Giu
    23
    2017

Album

Autoprodotto

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Con Twins la DPG ha dato ai suoi detrattori esattamente quello che aspettavano: un colpo a vuoto, un disco stanco e poco ispirato che ripropone per l’ennesima volta i soliti cliché che tutti sappiamo, senza alcuna variazione e senza l’incisività che era palpabile nel comunque discutibile The Dark Album. Questo è il sunto di praticamente qualsiasi recensione che potete trovare online: il “ve l’avevamo detto” di tanti onorevoli vegliardi da sempre gufanti contro il fenomeno romano, odioso almeno quanto i pischelletti stessi. Odioso perché nella maggior parte dei casi arriva da penne abbastanza conservatrici (se non proprio reazionarie), che in questo modo se ne escono facendo la figura del solito hater di LeBron pronto ad agitare il dito quando il Prescelto la prende in quel posto un’altra volta (l’ennesima) nelle Finals. Chiaro che a questo giro hanno pure ragione (gli haters della DPG, non quelli di LBJ).

Perché sì, è vero che Twins è un disco sciatto e scialbo, che rompe le palle già dopo quattro pezzi – se siete particolarmente pazienti. È vero che – di nuovo – qui oltre al trittico “mi fotto la tua donna”, “mode, marche(tte) & brand” e “droga” non c’è assolutamente nulla. Così come è vero che ancora una volta le buone basi di Sick Luke sono per distacco l’elemento migliore dell’operazione. Insomma questo disco conferma in un colpo solo entrambi i luoghi comuni più abusati sulla DPG, che qualsiasi espertone da bar ha sciorinato almeno una volta nella vita: il giochino è bello finché dura poco, e un produttore così è sprecato a fare le basi per questi quattro qui. Tutto verissimo, e come qualsiasi altro luogo comune questi due punti contengono al loro interno una massiccia dose di verità e una (quasi) altrettanto imponente semplificazione.

Si può discutere all’infinito delle antitesi incapacità tecnica/chirurgica bravura nel negarti il piacere della rima, musica vs contorno, innocuo divertissement oppure esempio paradigmatico di tutto il male che ammorba la musica delle nuove generazioni. Che il trend della trap in Italia avesse probabilmente vita breve era fuori da ogni dubbio; e infatti chi ha le carte per tenere botta anche più avanti sta già dimostrando di potercela fare (Ghali e Tedua su tutti). La DPG a questo punto era chiamata a fare una scelta: ora l’elemento novità inizia ad avere il respiro corto, e il fenomeno ormai è stato identificato (quasi) da tutti per quello che è veramente: un divertissement fine a sé stesso, e potenzialmente dannoso se preso seriamente; e così uno dei dicotomici nodi di cui sopra è stato sbrogliato. Quindi che fare? Evolvere dimostrando di poterci stare anche su un piano diverso, o continuare nel gioco calcando la mano su quelli che fin qui sono stati gli elementi di forza?

La soluzione sembra essere stata una proverbialmente insipida via di mezzo: sfrondate le cupezze più dark, la tavolozza produttiva si è colorata di parentesi cartoonesche e motivetti più infantilistici; dall’altra parte, la cronica limitatezza dell’immaginario di riferimento sembra non riuscire a smuoversi di un millimetro. È un album questo che scorre poco, che non appassiona e che non prende bene, mai. La sensazione è quella di un loop che si è incartato e gira su sé stesso senza convincere più. Manca una banger come poteva essere Sportswear, manca una reale novità che non sia solamente qualche palloncino color anfetamina. Resta da capire se la molto ben nascosta intelligenza dei ragazzi romani saprà cogliere l’impasse e aggiustare il tiro, oppure se veramente lo scherzo è arrivato alla sua prevedibile conclusione. Magari senza gongolare, altrimenti si rischia di passare per il vecio che rosicava.

3 Luglio 2017
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