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6.6

Dopo un album di synth-pop perfettamente calato nel proprio tempo, perché nostalgico al tempo delle nostalgie electro-wave dei Duemila, lamentoso e intimista, fichetto e furbetto, e nondimeno bellissimo, i Darkstar passano da Hyperdub a Warp e sinceramente pare una cosa naturale, che quasi non sposta nulla, vista la sempre maggiore sovrapponibilità dei cataloghi delle due label, sempre più aperte ad altro dal loro côté originario (leggi dubstep e IDM). Titolo u-topico (dall’omonimo pamphlet fanta-socialista di William Morris, preraffaellita di spicco e fondatore di Arts & Crafts) e copertina floreale solarizzata che aggiorna appunto l’art nouveau richiamando scenari di bucolica psichedelia, levità folk ed elettronica tutta nastri in reverse, acconcissimi per un album che al primo ascolto ci aveva fatto appuntare qualcosa tipo disco di coretti pop psych anni Sessanta suonato da Laurel Halo. O uno spin off degli Animal Collective.

Scritto per la prima volta in trio (il cantante James Buttery è entrato in formazione già in corsa per North), lontano da Londra, in una casa persa nella campagna dello Yorkshire, registrato nello studio del produttore Richard Formby (Sonic BoomTelescopesEgyptian Hip HopWild Beasts, al lavoro sull’imminente nuovo Ghostpoet), il disco tradisce tutte le sue fonti, ma stingendo tanto la forma canzone quanto la produzione in arrangiamenti ondeggianti ed evanescenti, caleidoscopi e bolle. Incorniciata da una intro supernebbie glo-, sognante, diafana, e da una lunga outro adaggiata su tastiere minimali ed escapiste, tra l’esotico e lo spaziale, si dispiega sul tutto l’ombra lunga del Collective, e specialmente in numeri come il carillon giocattoloso e in accelerazione del singolo Timeaway (che occhieggia alla surf trasfigurata di My Girls), nel country scampanellante di Amplified Ease o nella scanzonatezza quasi-Architecture in Helsinki di You Don’t Need a Weatherman. Così come A Day’s Pay for Day’s Work – LA canzone del disco – sono i Radiohead di Everything in Its Right Place/Pyramid Song che rifanno i Beatles di A Day in the Life in odor degli XTC Duchi di Pale and Precious. Si sente sul serio il prog-rock citato come ispirazione nel tastieroso valzerino insinuante di Young Heart’s. Ma tra tanti ammiccamenti espliciti e in bilico, affiora inevitabile un po’ di stanchezza (Armonica, l’intermezzo sussurrato in falsetto senza titolo, Bed Music).

Un disco così è già forse fuori tempo massimo, lo denuncia l’ascolto, che dopo un po’ si distrae e assopisce. Ma forse lo scopo programmatico era proprio questo. E forse un paio di pezzi molto belli – e la consapevolezza che comunque questi elementi erano già accennati in nuce nel primo album – salva questo dal farlo taggare come puramente derivativo, semplicemente fragile e semplicemente indie, pregi e difetti inclusi nel pacchetto, com’è.

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