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6.9

A volte qualche piccolo miracolo accade. È il caso di questo EP di 6 brani (più o meno) inediti di David Bowie. Il suo rilascio in forma digitale si conclude oggi 20 marzo, dopo essere stato centellinato al ritmo di circa una canzone alla settimana. Nel frattempo l’occasione di questa uscita ha fatto emergere in Rete alcune notevoli sessioni fotografiche di David, rimaste anch’esse per lo più occultate negli archivi. Non proprio poca cosa per un’artista che aveva dedicato grande attenzione all’immagine di sé.

L’operazione ha preso avvio in occasione di quello che sarebbe stato il suo 73esimo compleanno e il releasing di una versione acustica nientemeno che di The Man Who Sold The World. Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio i fan del musicista inglese hanno ormai imparato ad aspettarsi qualche uscita discografica inattesa, almeno dal 2013 in poi (vedi alle voci The Next Day e Blackstar). Si è detto – anche se non possiamo averne piena certezza – che il Duca Bianco abbia lasciato precise disposizioni per la pubblicazione del proprio materiale postumo. La verità però è che nei tre anni trascorsi dalla dipartita dell’artista meno terrestre che il rock abbia mai conosciuto, è stato rieditato quasi esclusivamente (poche le eccezioni) materiale già noto. Le intenzioni della casa discografica sembravano più che altro rivolte ad una sistemazione filologica del canone.

Ecco dunque che Is It Any Wonder? ha creato qualche sussulto maggiore nel cuore dei fan. L’EP pesca inspiegabilmente negli archivi risalenti intorno all’anno 1997, ovvero durante la sbandata techno-jungle-drum’n’bass di David. L’album Earthling proponeva tutti brani originali, ma la tracklist iniziale ipotizzava l’inserimento di altre tracce interessanti. Alcune di esse vedono la luce solo nella presente raccolta. Questa The Man Who Sold The World, che promuove anche la parallela uscita discografica ChangesNowBowie (per il Record Store Day, di recente posticipato a giugno) venne eseguita e registrata nel novembre del 1996, durante le prove per il concerto dei 50 anni di David. L’esecuzione del brano era un vero e proprio recupero da parte del suo autore (che la accantonò per gran parte della propria carriera in favore di tanti altri invidiabili capolavori) dopo il geniale innesco unplugged da parte dei Nirvana del 1994. Bowie se ne riappropria con una classe inarrivabile tanto che, per bellezza, intensità ed esecuzione, la possiamo definire la versione definitiva.

Andando per ordine il 15 gennaio è stato messo online I Can’t Read, brano rock in origine dei Tin Machine, qui riproposto in una veste rallentata e molto simile (ma leggermente inferiore) a quella inserita all’epoca nella soundtrack del film di Ang Lee The Ice Storm. La gemma nascosta però è decisamente quella di Stay ‘97, brano che poco più di 20 anni prima era in repertorio all’algido Duca Bianco. La traccia viene re-incisa cucendogli addosso una convincente veste elettronica, mentre l’interpretazione vocale è da crooner obliquo di fine millennio, assai diversa dall’originale. Il risultato sono oltre 7 minuti di un trascinante funk-rock-elettronico con l’applicazione di interessanti filtri alla voce. Un efficace equilibrio tra vecchio e nuovo, grazie anche all’apporto della band di allora: le selvagge chitarre di Reeves Gabrels, il basso e i cori di Gail Ann Dorsey, l’elegantissimo piano di Mike Garson e la batteria di Zachary Alford, più la co-produzione (e le tastiere) di Mark Plati.

Difficile invece dire se Baby Universal ’97 sia all’altezza di quella che era una delle migliori performance in studio dei Tin Machine. Forse si tratta solo di una questione di gusti. Il totalmente inedito Nuts è invece l’anello debole di questa raccolta: un divertissement elettronico-strumentale condito di qualche bislacco inserto vocale non particolarmente degno di nota. In concomitanza a questa traccia è stata pubblicata anche una differente versione del brano The Man Who Sold The World: un elegantissimo e rarefatto live in chiave trip-pop, risalente al 1995 e remixato da Brian Eno. Per la verità la canzone era già apparsa come b-side del singolo Strangers When We Meet (da 1.Outside). La Parlophone rivela solo il 13 febbraio che, giusto per confondere le acque (e la discografia dell’artista) il brano in questione sostituirà la versione acustica nella release fisica (CD e vinile) di Is It Any Wonder?, che invece verrà mantenuta in quella streaming.

L’ultima traccia a comparire ufficialmente il 20 marzo è il brano Fun (Clownboy Mix), derivato inizialmente da una estensione live di Fame, poi sviluppato con ulteriori mix e differenti produzioni durante i club set dell’Earthling Tour, quando era provvisoriamente intitolato, appunto, Is It Any Wonder?. La versione digitale del disco presenta invece il Dillinja Mix, due facce della stessa canzone dal gusto smaccatamente drum’n’bass. I puristi del Bowie più classico probabilmente storceranno il naso, ma è solo una inevitabile banalità per un artista che cambiava faccia, musica e maschere in continuazione.

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